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Così Facebook è diventato diffusore della propaganda politica (tossica)

Il social network ha chiuso decine di pagine e profili che creavano contenuti fasulli in vista delle elezioni di midterm Usa

fake news

Antonino Caffo

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C’è un motivo alla base della perdita in borsa di Facebook: la credibilità. Il social network per eccellenza ha smarrito la sua caratteristica più evidente, l’unica che lo poneva al di sopra di tentativi simili di copiare una piattaforma appunto sociale: la realtà rappresentata.

Poter scoprire cosa sta facendo il nostro amico in vacanza o il vicino antipatico, senza alzare il telefono o chiedere informazioni agli altri, è comodo e veloce. Cosa succede però se quelle foto, quei video, i post e le sensazioni impresse in bit sono frutto di invenzioni e non di una concreta verità? Che la finzione regni sovrana sulla piazza virtuale più popolata è un dato di fatto.

Piazza fasulla

I selfie, le immagini delle scogliere o di un paesaggio di montagna postate sui profili non ci dicono se una persona è stata realmente in quel luogo. Persino la possibilità di taggarsi in qualsiasi parte del mondo contribuisce a creare un filone fantastico, forse solo sognato e mai vissuto. La pericolosità di una realtà alternativa, spesso diametralmente opposta a quella vera, non pone a rischio la rappresentazione globale della società, non quando il suo fine è dare un’immagine diversa del sé agli altri. Il pericolo è se la storia inventata diventa una fake news, con lo scopo di manipolare i pensieri, pilotare le coscienze, fomentare idee e comportamenti in merito a fatti non verificati.

L’esempio Trump

Ed è quanto accaduto nel 2016 durante la campagna elettorale di Donald Trump. Centinaia di account creati per l’occasione e gestiti, più di uno alla volta, da specialisti del mestiere, che hanno condiviso bufale in coordinamento con la Internet Research Agency (IRA) di San Pietroburgo, nella quale diversi pseudo giornalisti realizzavano false notizie con un focus principale sugli scontri in Ucraina e lo scandalo email di Hillary Clinton. Il risultato? Sotto l’occhio di tutti. È stata la cosiddetta IRA a mandare al governo Trump? Probabilmente no, ma ha avuto il suo ruolo importante nella corsa alla Casa Bianca.

La paura di nuove influenze

Nelle ultime ore, il Digital Forensic Lab, gruppo di ricerca dello US Atlantic Council impegnato anche ad analizzare le sfide del mondo connesso, ha ricevuto da Facebook i risultati di una recente indagine in cui si spiega che i troll della rete, russi o meno, si sono messi all’opera le scorse settimane, per produrre post e fake news sponsorizzate, con l’obiettivo di raggiungere il più vasto pubblico possibile, cercando di portare la massa a pensarla in un certo modo su temi fondamentali, come l’immigrazione, il porto d’armi, il libero mercato, con un occhio che ammicca particolarmente agli elettori di sinistra, filo-democratici e oltre.

In vista del midterm

Non a caso, il prossimo 6 novembre, si terranno le votazioni di metà mandato negli Stati Uniti (midterm), che rappresentano da sempre un punto cruciale circa il giudizio del lavoro del presidente da parte degli americani. Se due anni fa è stato Trump a beneficiare della fabbrica delle fake news, questa volta potrebbe essere il contrario, con gli avversari che, consapevolmente o no, hanno tutto l’interesse nel diffondere messaggi di disillusione nei confronti della franchigia repubblicana.

Account rimossi

La storia è dunque questa: il team di Zuckerberg ha rimosso un totale di 32 tra account e pagine, non collegate ad alcun utente in carne e ossa e organizzazione registrata, ma messe in piedi solo per fare propaganda, anche tramite post sponsorizzati, per un totale di 11 mila dollari spesi in pubblicità, 9.500 contenuti pubblicati e 290 mila navigatori raggiunti. Un ulteriore pericolo sta nella volontà di qualche gruppo di organizzare pure eventi dislocati sul territorio, alcuni dei quali avevano già raccolto migliaia di adesioni.

Caos regnante

Lo scopo? Non è ben chiaro ma la probabilità di aizzare gli animi per causare scontri molto alta. L'India ne è la dimostrazione. A trarre vantaggio dalla generazione di caos non sarebbe un candidato particolare né un paese (come la Russia) ma evidentemente i fautori del disagio sociale made in Usa non potrebbero che sperare qualcosa di meglio per distogliere l’attenzione da altre tematiche e, ad esempio, frugare dentro le centrali e i segreti cibernetici dei nemici.

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