Fake News on a Smartphone
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Facebook ha trovato un modo migliore per combattere le fake news

Il social non segnalerà più le notizie dubbie ma affiancherà a queste articoli correlati che aiutino a comprendere le bufale. Ecco le peggiori del 2017

Da mesi Facebook cerca di eliminare dalla sua rete il problema delle fake news (ne ha parlato anche il PD). Ci sta provando in tutti i modi: algoritmi automatici, controlli manuali, analisi in tempo reale da parte di organizzazioni e partner. Eppure la sensazione è che il clic sulle bufale sia sempre dietro l’angolo.

Proprio alla fine dell’anno, il social network ha preso una strada diversa verso la lotta alla diffusione di articoli falsi, puntando non sull’eliminazione di questi ma su una migliore comprensione del livello di verità o menzogna di cui sono portatori. Ecco in che modo.

Come agisce Facebook

Negli Stati Uniti (non ancora in Italia) quando un utente condivide un link di una notizia pubblicata su un sito qualsiasi, il team alle dipendenze di Zuckerberg attua diverse operazioni per validare il contenuto.

Primo: riceve tutti i feedback da chi segnala attraverso la tendina al fianco del post la news come falsa.

Secondo: interpella le organizzazioni partner (tra cui NewsWhip, FactCheck.org, Politifact e Snopes) per un controllo approfondito.

Terzo: agisce in prima persona, prendendosi almeno tre giorni, per porre un’etichetta al fianco del post, con l’obiettivo di qualificarlo come disputed ovvero dubbio, discutibile, non verificato.

A tal proposito ecco le bufale che hanno fatto più discutere sui social network.

 
Non scriviamo le news che leggete e condividete ma riconosciamo di essere più di un semplice distributore di notizie. Siamo un nuovo tipo di piattaforma dove nascono e si diffondono discorsi di pubblico dominio e ciò vuol dire attribuirsi una certa responsabilità nel consentire alle persone di accedere a contenuti genuini, all'interno di uno spazio di informazione reale Mark Zuckerberg

Perché il sistema attuale vacilla

Si tratta di un bel passo in avanti rispetto all’assenza di check che c’era prima. Vero, ma si può fare di meglio. Si, perché lo stesso Facebook ha evidenziato come i post flaggati, cioè con una bandiera, spesso non contengono fake news ma solo notizie davvero non verificate.

Un conto è segnare un sito che afferma di avere le prove dell’esistenza degli Ufo (seppur possano esservi) e un altro etichettare come disputed un pezzo sul possibile passaggio di Dybala dalla Juve al PSG. Chi può dire che la soffiata sia falsa e non semplicemente infondata? Come è chiaro, la differenza tra i due concetti (fake vs dubbioso) è tanta e non solo dialettica.

E invece Facebook finiva col mettere un po’ tutto nello stesso calderone delle bufale, sostenendo come false quelle che erano mezze verità e comunque scampoli di informazione, magari nel campo dello sport o del gossip, che di questo vivono.

Il contesto salva

Per questo la compagnia è giunta a una conclusione: non segnalare un articolo ma piazzare sotto di questo altri che riprendono lo stesso argomento, per permettere agli iscritti di informarsi maggiormente a riguardo. Per chi è solito navigare su Google News (anche dal cellulare) la resa è la stessa: in alto si vedrà il post condiviso mentre subito dopo, con le foto in miniatura, i link delle notizie correlate.

Il risultato? Semplice: se diversi portali, con prevalenza di quelli verificati, riportano lo stesso avvenimento con toni simili, allora si può credere a una sua buona base di verità; se nessun altro ha trattato il tema (o ne ha stravolto completamente il senso rispetto alla fonte principale) sarà meglio prendere il tutto con le molle, per non cadere nella trappola.

I dubbi restano

Il cambio di passo è interessante ma non elimina i dubbi circa il vasto mondo della diffusione di fake news a scopo lucrativo. Lo sappiamo, notizie assurde e strabilianti attirano una montagna di clic, mentre quelle ordinarie stentano a portare traffico ai siti originari. Lasciare che le bufale vengano pubblicate online, seppur corredate da link che aiutino a comprenderne il valore, permetterebbe ai siti di destinazione di continuare a raccogliere pubblicità e investimenti per banner, pop-up e quant’altro.

Limitare non è censurare

Zuckerberg lo sa, ed è per questo che insieme all’avvento dei correlati, stringerà ancora di più le maglie intorno agli account (profili, personaggi pubblici, pagine) che condividono bufale a iosa, sospendendoli, limitandone l’accesso alla piattaforma e impedendoli di creare contenuti sponsorizzati, spesso legati proprio alle fake che contribuiscono a diffondere. Non si tratta di censura ma di buon senso.

Per saperne di più

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