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Facebook-Cambridge Analytica, cosa può fare l'Europa

Per difendere i propri cittadini l'Unione dovrebbe pretendere di sapere come avviene la gestione delle informazioni e come viene regolata la conversazione tra gli utenti social

Facebook Cambridge Analytica

Eleonora Lorusso

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Il caso Facebook - Cambridge Analytica ha creato non poche preoccupazioni tra gli utenti del social in tutto il mondo. In Europa si sta valutando se e quali misure adottare per tutelare i propri cittadini.

"Si tratta di un allarme più che giustificato in termini generali: i social sono strumenti eccezionali non solo per comunicare con la propria cerchia di amici, ma soprattutto per fare business e marketing. Il vero problema riguarda il fatto che Facebook, come tutti i principali social, è di origine statunitense e segue regole autonome rispetto a quelle imposte per il trattamento dati in Europa.

Il tema è così importante per il presente e il futuro che proprio l'Unione europea si sta muovendo in tal senso, con il Gdpr, il nuovo regolamento sulla privacy, che dovrebbe essere varato il prossimo 25 maggio e avere validità in tutto il Vecchio Continente" spiega a Panorama.it Andrea Albanese, docente universitario, Social Media Manager ed esperto di Digital Comunication.

La privacy in Europa

Lo scandalo scoppiato negli Usa, dopo le rivelazioni della "talpa" Chris Wylie, ha fatto emergere la carenza di tutele per gli utenti dei social e in particolare per quelli di Facebook. Se in Europa si sta per varare il nuovo regolamento comunitario in materia di trattamento dei dati, in Italia i cittadini e le aziende sono alle prese con normative che spesso penalizzano le imprese, sottoponendole a vincoli che, in nome del rispetto della privacy, si scontrano con le deregulation dei social.

"Il Garante per la Privacy cerca di 'stare a galla', fa quello che può, ma Facebook rappresenta un mondo a sé. Noi siamo ancora alle prese con la compilazione dei moduli cartacei per l'assenso al trattamento dei dati, dove dobbiamo mettere una X su una casella, mentre i social si scambiano in continuazione le nostre  informazioni" spiega l'esperto.

Come tutelare gli utenti europei?

"Secondo me l'Europa sta iniziando ora a muoversi per regolare l'accesso e normare l'utilizzo dei dati, anche informatici, con il Gdpr, ma potrebbe fare di più. Credo che tutti i governi europei (e non solo) dovrebbero pretendere di sapere come avviene la gestione delle informazioni di cui Facebook è in possesso e come viene regolata la conversazione tra gli utenti social: perché, ad esempio, si viene in contatto con alcune persone? Perché i propri messaggi sono resi visibili a una cerchia di contatti e non ad altri?" si chiede Albanese".

Sono solo alcuni interrogativi che riguardano l'algoritmo di Facebook, del quale non si sa nulla. "Penso che l'Unione europea dovrebbe avere propri sviluppatori all'interno dei team di sviluppatori statunitensi dei social, per conoscere l'algoritmo con cui vengono fatte relazionare le persone e come vengono gestiti i dati".

"Solo in questo modo i cittadini potrebbero essere tutelati e si vigilerebbe anche su possibili discriminazioni: chi ci dice, ad esempio, che i post di una donna siano mostrati meno rispetto a quelli di un uomo? O che un'impresa statunitense non sia avvantaggiata rispetto a una europea? Le regole, insomma, dovrebbero essere trasparenti" aggiunge Albanese.

La nazionalizzazione di Facebook?

"Un altro modo per tutelare i cittadini potrebbe essere quello di nazionalizzare i social. D'altro canto Facebook, così come WhatsApp, Messenger e Instagram - tutti appartenenti a Facebook - è nato come applicazione di internet e la Rete appartiene a tutti. Oltre a essere uno strumento di comunicazione, però, Fb è anche un veicolo commerciale privato, governato da una società statunitense, che usa il web, libero e globale. Per questo forse si potrebbe ipotizzare una nazionalizzazione, prevedendo che la Rete rimanga accessibile a chiunque e che i social che la usano paghino una sorta di canone" spiega Albanese.

Il sogno di un social network europeo

Qualcuno ha ventilato l'ipotesi di creare un social network europeo, da contrapporre a quelli statunitensi. Un sogno impossibile, secondo Albanese, organizzatore del Social Media Day, appuntamento annuale a Milano che riunisce tutti gli operatori del settor, dagli utenti alle imprese.

"Purtroppo l'Europa non ha né le competenze tecnologiche, né le risorse economiche. Il gap tecnologico è enorme, non si può pensare che possa essere realizzato un social paragonabile a Facebook: gli utenti sono abituati a un certo standard e una rapidità (basti pensare ai tempi di notifica, immediati). Se si trovassero di fronte a un prodotto inferiore, non ne sarebbero interessati e realizzare un social come Facebook, di una tale complessità e in grado di far comunicare 2,3 miliardi di persone, richiede investimenti immensi" spiega Albanese.

"D'altra parte, nel 2009 tra gli investitori di Fb c'era anche la Cia, i servizi segreti americani" aggiunge l'esperto.

Il controllo globale

"Facebook e i social sono usati sì per far comunicare tra loro le persone, ma soprattutto per conoscere le conversazioni globali e come strumento commerciale per veicolare prodotti e idee, come dimostrato dal programma ideato da Steve Bannon: si tratta di una gigantesca operazione di controllo e gestione, nelle mani di una società statunitense. D'altra parte Fb è quotata in Borsa a New York e, come ogni azienda che non sia una onlus, ha come obiettivo quello di generare profitto. L'intento di rendere felici le persone, dichiarato da Mark Zuckerberg, è un'illusione" dice Albanese.  

Cosa succede in Cina e in Russia

Non è un caso che in Cina l'uso di Facebook sia vietato: "Oltre ad un discorso politico, esiste il timore, da parte del governo di Pechino, che milioni di informazioni relative ai propri cittadini, comprese le conversazioni, possano finire nei server statunitensi" spiega l'esperto di Social Media.

Il tema delle informazioni ha una tale importanza che in Russia, ad esempio, è stato posto un ultimatum di 15 giorni dal governo di Mosca a Telegram, il popolare servizio di messaggistica istantanea creato dai fratelli Nikolai e Pavel Durov, di Leningrado. Il Cremlino ha imposto un termine entro il quale dovranno essere consegnati i codici che permettono di decriptare i messaggi degli utenti della App, che si distingue proprio per la possibilità di mantenere la riservatezza di chi la usa.

Prima delle autorità governative, già l'Fsb, uno dei servizi segreti russi a cui a cui è appartenuto anche il presidente Putin, aveva imposto ai fratelli Durov e a Telegram (che ha sede a Berlino) di consegnare i codici. Nel caso ciò non accadesse Mosca minaccia di bloccare la App su tutto il territorio della Federazione russa, dove si contano oltre 100 milioni di utenti.

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