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Così i partner di Facebook accedevano ai dati degli iscritti

Il collegamento con la rete passerebbe per la rubrica, come nel caso di BlackBerry. Coinvolte anche Lenovo, Oppo e TCL

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Antonino Caffo

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"Huawei è il terzo produttore di cellulari al mondo e i suoi dispositivi sono utilizzati da persone di diversi paesi, inclusi gli Stati Uniti. Facebook, come altre aziende tecnologiche, collabora con loro per integrare meglio servizi e piattaforme negli smartphone”. Queste sono le parole di Francisco Varela, vicepresidente della divisione partnership di Facebook, come risposta all’ultimo caso di Datagate (peraltro a cinque anni esatti dallo scoppio dell’originale).

La conferma

Nelle ultime ore, il team di Zuckerberg ha confermato di aver messo in piedi, almeno da 8 anni, una serie di collaborazioni con i principali marchi di telefonia ed elettronica, per veicolare meglio le proprie applicazioni, anche Messenger e Gestore delle Pagine, in cambio della condivisione dei dati degli iscritti, in barba a qualunque legge sul rispetto della privacy e del corretto utilizzo dei servizi digitali.

Cosa è successo

In pratica, pur di avere in maniera prominente i software sui cellulari, il gigante permetteva ai brand dell’accordo, circa 60, di ottenere informazioni sensibili sugli utenti. La finalità? Conoscere sesso, provenienza, orientamento religioso, politico e sessuale, rappresenta un tesoro inestimabile per chi lavora nel marketing delle multinazionali, così da creare campagne indirizzate e specifiche.

Il riscontro diretto per gli utenti poteva essere quello di veder precaricate sul dispositivo nuovo di zecca le app di Facebook, così come collegamenti a store particolari su computer e tablet. Non a caso, oltre a Huawei nel circolo dei partner ci sono anche Lenovo (che realizza principalmente notebook), Oppo e TCL Corp, che comprende pure BlackBerry, Alcatel e Palm.

Ingresso dalla rubrica

Non sappiamo molto circa le conseguenze della collaborazione tra Facebook e compagnie hi-tech ma pare che le principali siano allineati sulla prima stipulata nel 2010 con BlackBerry. All’epoca, quando veniva aperta per la prima volta l’app del social, il sistema permetteva di abilitare una sincronizzazione automatica dei contatti in rubrica con la lista degli amici del network.

Questo per un duplice scopo: trovare online persone che magari si conoscevano nella vita reale e non in quella digitale e ottenere foto e altri dettagli, sempre aggiornati, di nomi e cognomi in agenda. In questo modo si creava una sincronia funzionale che dava al telefono una social-marcia in più.

Il dilemma

Negli anni successivi, anche a causa dei numerosi dubbi di privacy, Facebook ha lasciato aperta l’opzione ma accessibile solo dal menu delle impostazioni e non in via automatica. Quell’opzione, stando al report del New York Times, è parte degli accordi come via preferenziale con cui un produttore, nel nostro caso BlackBerry, riusciva a leggere le informazioni degli iscritti al network, dopo aver collegato nomi e cognomi in rubrica. Il passaggio era quindi questo:

lettura della rubrica del telefono -> collegamento con Facebook -> accesso ai dati del profilo e degli amici del cliente da parte del produttore di turno

Vista così, anche la recente ammissione secondo cui tali dati restavano nel telefonino e non inviati ai server delle compagnie interessate è tutta da verificare: se la rubrica in memoria (sim o telefono conta poco) diventa improvvisamente smart, cioè si connette alla rete di Facebook, i dati generati dovranno pur finire da qualche parte.

Pericolo cinese

Se già il fatto in sé fa accapponare la pelle, considerare che tutto questo possa essere legato a un governo, restituisce la sensazione di essere davvero nel Grande Fratello di Orwell. Huawei, Lenovo, Oppo e TCL vengono tutte da un solo posto, la Cina. Quello stesso paese che da anni, più o meno dal 2012, il Comitato di Intelligence della Camera dei Rappresentanti USA segue con particolare attenzione nelle strategie di popolamento hi-tech nel mondo tramite smartphone e decine di altri gingilli tecnologici.

“La notizia che Facebook ha fornito un accesso privilegiato alle API (i codici di sviluppo ndr.) ai produttori di dispositivi cinesi come Huawei e TCL solleva preoccupazioni legittime, ed è il caso di capire come l’azienda abbia assicurato che le informazioni private non siano volate sui server in Oriente”- ha detto Mark Warner, vicepresidente del Comitato di Intelligence.

Proprio Huawei ci ha fatto sapere che: “Come tutti i principali fornitori di smartphone, abbiamo collaborato con Facebook per rendere i servizi più convenienti per gli utenti, senza raccogliere o memorizzare alcun dato proveniente dal sito e app”.

La mossa di Trump

Insomma, nessuno può darci la certezza che la partnership di Facebook con i famosi 60 operatori, tra cui è il caso di ricordare anche Apple e Samsung, non si sia estesa oltre la resilienza dei dati in locale. Se la politica USA nutre queste preoccupazioni sin dal 2012 come mai non ha indagato prima?

Lungi dall’elogiare in toto il lavoro di Donald Trump, dobbiamo riconoscere che il Presidente ci abbia messo poco a ridimensionare l’operato di società come ZTE, dopo aver ottenuto le prove di combutte con nazioni non proprio amiche, quali Iran e Corea del Nord, oltre ai dubbi sull’esistenza di backdoor, le falle di sicurezza, a bordo di oggetti belli e potenti, tra cui il Mate 10 Pro, considerati cavalli di Troia per spiare nella vita degli americani e non solo.

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