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Così i dipendenti di Facebook spiano gli iscritti

Il social network ha licenziato un esperto di sicurezza interno, reo di aver violato la privacy di una ex. Un caso per nulla isolato

facebook campus

Antonino Caffo

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Il 2 maggio Facebook ha chiuso il suo rapporto di lavoro con un ingegnere della sicurezza, accusato di aver violato il profilo di una ex fidanzata. Il primo a riportare la notizia è stato il sito della NBC, che è riuscito a ottenere una dichiarazione di Alex Stamos, a capo del team degli ingegneri.

“È importante che le informazioni personali siano protette il più possibile. È per questo che effettuiamo rigorosi controlli e poniamo restrizioni tecniche in modo che i dipendenti possano accedere solo ai dati di cui hanno bisogno per svolgere ognuno il proprio lavoro: correggere i bug, gestire problemi di assistenza clienti e rispondere a richieste legali. Chi abusa di questi strumenti viene immediatamente licenziato”.

Potere senza fine

Un caso interno isolato; un eccesso di potere da parte di un uomo geloso, uno stalker 2.0, come peraltro si definiva lui stesso nella descrizione su Facebook, che perseguitava online un amore perduto. Alzi la mano chi almeno una volta non si è fermato poco prima, cercando di entrare sul social network con l’account della propria metà, magari per dare un occhio alle chat di Messenger e alle notifiche più recenti.

Il fatto è che l’azione che per i comuni mortali può tradursi nell’infrazione dell’Articolo 615 bis del Codice Penale (Interferenze illecite nella vita privata), non sempre viene punita se condotta dai collaboratori della piattaforma americana. Non a caso, dopo la conferma del licenziamento dell’ingegnere, altri ex dipendenti sono usciti allo scoperto, gettando più di un’ombra sulla correttezza delle pratiche di gestione della privacy messe in atto dall’azienda.

Occhi invisibili

A raccontare lo spionaggio che non di rado avviene dai computer connessi alla rete di Facebook è Motherboard, che ha ricevuto diversi report di vecchi impiegati, dunque tutti da verificare. Allo stato attuale, quello che queste fonti hanno spifferato è che nel passato decine di dipendenti sono stati lasciati a casa dopo aver gestito male i dati degli iscritti. Molti erano dedicati al controllo della sicurezza, probabilmente la tipologia di personale che ha più ampie possibilità di accesso alle informazioni sensibili degli oltre 2 miliardi di utenti.

Qualche esempio

Giusto per capirci: quando Facebook afferma di poter suggerire, automaticamente, i tag degli amici presenti nelle foto caricate è perché ha possibilità sia di guardare tali foto, prima che venga premuto il tasto Pubblica, sia quelle dei contatti della rete. Come farebbe altrimenti a conoscere il loro volto? Certo, gran parte del lavoro viene svolto dagli algoritmi e software intelligenti ma è evidente che dietro ci sia sempre la mano dell’uomo.

Quando qualcuno, abilitato a farlo, va oltre il semplice check allo status, si crea un problema concreto di invasione nella vita privata. Che Facebook stia aumentando simili procedure di accertamento sui team è un bene; che qualche volta un abuso possa scappare è molto probabile.

Peggio delle agenzie governative

Le gole profonde fuori dal circolo professionale di Facebook non hanno specificato a quale tipi di informazioni i dipendenti hanno più accesso (ad esempio solo i messaggi privati ​​o le notifiche e i nomi degli amici in lista) ma nel 2015, un famoso produttore e DJ finlandese, Paavo Siljamäki, aveva visitato il campus della compagnia a Los Angeles, spiegando di aver assistito a un hackeraggio in diretta del proprio account: un ingegnere era entrato nel profilo senza digitare alcuna email o password.

Più di recente, a marzo di quest’anno un altro lavoratore aveva dichiarato al Guardian “Quando visiti Facebook per la prima volta ti meravigli di quello che possono fare senza chiedere nulla a nessuno”. Una base alternativa della National Security Agency? Si, più o meno una cosa del genere.

E non è tutto

Già quanto sopra, pur con le dovute verifiche del caso, basterebbe ad alzare un nuovo polverone nei confronti della scarsa sensibilità di Mark Zuckerberg verso gli utilizzatori del network. Ma non è mica finita. Ancora una gola profonda dice che non sono solo i dipendenti a poter leggere quello che vogliono online ma anche diversi appaltatori, compagnie che svolgono per conto di Facebook certe attività. Pensiamo alla società che fa manutenzione ai server, ai tecnici esterni che supervisionano la quantità del traffico e a chi effettua scansioni alla ricerca di virus.

Pare che un po’ tutti coloro che rientrino nel magico cerchio di Facebook, dipendenti, collaboratori o soggetti terzi, abbiano in qualche modo l’opportunità di monitorare post e persone, senza alcun preavviso. Il grande caos di Cambridge Analytica, che ha dovuto chiudere tutti i suoi uffici, potrebbe esser partito proprio da qua, come conseguenza di una troppo lasciva apertura a profili e informazioni, oramai difficile da controllare.

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