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Bambini su Facebook: il problema sono i genitori o le leggi?

I social sono rischiosi? E cosa fanno genitori e istituzioni per proteggere i più piccoli? Un libro per provare a capirne di più

Lo scorso febbraio Facebook ha compiuto 13 anni, la stessa età di un adolescente che sta per finire le scuole medie. E che magari si appresta a fare il suo ingresso proprio nella società digitale (13 anni, lo ricordiamo, è l’età minima ammessa da Facebook e da buona parte dei servizi social per aprire un account personale).

Un debutto che in molti casi è un vero e proprio salto nel buio: i ragazzi, e spesso anche i genitori, sono portati a sottovalutare gli effetti collaterali, ma in alcuni casi si può parlare di rischi veri e propri, che queste piattaforme possono celare se trattate con superficialità.

Al tema, quanto mai di attualità, è dedicato il nuovo libro di Simone Cosimi e Alberto Rossetti, Nasci, cresci e posta, edito da Città Nuova, una guida ragionata sui rischi, ma anche sulle regole e sulle norme comportamentali legate all’uso dei social e più in generale di Internet da parte dei più giovani. Ragazzi, se non addirittura bambini, catapultati più o meno consapevolmente fra le maglie della grande rete sociale. 

L’incontro con i due autori, ci consente di spingerci in qualche considerazione in più sull'argomento.

Ha ancora senso parlare di età minima per l’iscrizione a un social, vista l’assenza di controlli?

Ha senso nella misura in cui ci porta a interrogarci su un fatto: questi ambienti digitali sono pensati per giocare e imparare? Sono luoghi progettati con un intento pedagogico? Se la risposta è no, come noi pensiamo, allora è evidente che occorre fissare dei paletti. E farli rispettare chiedendo a chi fornisce il servizio di predisporre ogni filtro possibile. Non è un caso che il nuovo regolamento europeo sui dati personali viaggi proprio in questa direzione.

 

La nostra generazione è cresciuta col mito delle caramelle dagli sconosciuti; che dinamica si sta creando oggi fra genitori e figli nell’uso dei social? C’è chi ritiene che i figli siano più consapevoli dei genitori, e chi invece pensa il contrario. Voi parlate di una generazione che sta iniziando a usare questi servizi quasi colpevolizzandosi, cosa intendete dire? 

Intendiamo dire due cose. Prima: la presunta competenza di bambini e minori è, appunto, presunta. Saper sfruttare al massimo le numerose funzionalità creative di Facebook, Instagram e Musical.ly non significa avere consapevolezza dell’ambiente in cui ci si muove. E infatti un’indagine recente di quattro atenei nostrani fra cui la Sapienza racconta, tanto per dirne una, che il 40% dei minori ha un profilo social pubblico, cioè aperto a chiunque. Secondo: proprio perché i genitori pensano di sapere ma poco sanno, pongono vincoli inutili e si fanno sfuggire i rischi più evidenti. Colpevolizzando, dunque demonizzando i social, senza risolvere.

Foto dei bambini su Facebook: perché sì e perché no

Va bene la foto del compleanno o di una vacanza. Non va bene la pubblicazione compulsiva di immagini e altri contenuti. Ogni giorno con dirette, scatti, momenti intimi. No. Uno studio britannico ci racconta che a cinque anni i piccoli sono già gravati da un fardello digitale di un migliaio di scatti e video che li riguardano. Sono in ballo due ordini di questioni. Primo: la proprietà di quei contenuti. Finché mamma e papà rimangono su una di quelle piattaforme concedono di fatto licenze di secondo livello a queste società, che possono disporre di quelle foto su scala mondiale. E, anche in caso di cancellazione dei profili, rimuoverle solo dopo molti mesi. Secondo: il crimine. Dal furto d’identità alla pedopornografia, la cronaca ci ha raccontato molti fatti che si sarebbero potuti evitare con una maggiore igiene digitale. Buon senso e consapevolezza, non trasformiamo le bacheche dei genitori in giardinetti digitali da cui chiunque può portare via qualche pezzo dei nostri figli. E usiamo bene gli strumenti per la privacy che i social mettono a disposizione. Penso, nel caso di Facebook, all’Album dei ricordi.

Il like - lo spiegate in modo molto chiaro nel vostro libro - ci sta cambiando la vita. Dobbiamo rassegnarci a una società sempre più pollice-centrica oppure è un fenomeno passeggero? L’equilibrio nel dosare esperienza reale ed esperienza virtuale è qualcosa che si può acquisire o insegnare?

Si deve insegnare. Non l’ha scritto nessuno che si debba vivere incastrati nella schiavitù del “loop di autogratificazione” di cui ha parlato di recente anche Sean Parker, ex fondatore di Napster e primo presidente di Facebook. Non sappiamo ancora, visto che si tratta di ambienti relativamente recenti anche nei casi più vecchi, cosa accadrà al nostro modo di apprendere e di comportarci. Ecco perché consiglio di dare un senso alla propria presenza digitale: integrarla nella quotidianità ma senza lasciarsene dominare. Vale per i piccoli ma soprattutto per gli adulti che danno l’esempio. Per ora non il migliore possibile.

 “Sui social si può essere un’altra persona, si possono superare i limiti reali che il corpo impone”. Si può parlare di uno sdoppiamento della personalità, di un Io reale e un Io digitale. Ma soprattutto che ripercussioni ci sono a livello educativo? Le buone norme che vengono impartite nella vita reale valgono anche in quella digitale? O serve un approccio diverso o, meglio, diversificato?

Più di uno sdoppiamento direi. Una moltiplicazione delle identità che, sganciate dai vincoli del corpo, vivono e si presentano in forme diverse sulle differenti piattaforme. Su ciascuna possiamo reinventare noi stessi come meglio ci piace presentarci. Questo regala un’impagabile libertà ma anche, in termini educativi, un paradosso: bambini e adolescenti non vanno più incontro alle “sanzioni sociali” con cui prima erano obbligati a confrontarsi. Si abbassa la soglia della responsabilità, della riservatezza, del pudore. (Non) stiamo crescendo generazioni senza sbucciature alle ginocchia che però fanno entrare chiunque nella propria cameretta.

I social network a misura di bambino possono migliorare o peggiorare il quadro?

Tendenzialmente migliorarlo ma a patto di avere un senso forte, come Lego Life. Per loro natura gli ambienti che escludono le parti “più divertenti” della relazione umana appassiscono in fretta. Possono funzionare quando, nella massima trasparenza, concentrino la propria attività intorno a una passione, un elemento forte, insomma, al quale non occorra altro per divertire e, in generale, produrre un risultato significativo. Bambini e adolescenti amano perdere tempo. Ma perdendolo bene.

La tecnologia come deterrente alla…tecnologia. Cosa ne pensate dei sistemi di controllo parentale? Sono efficaci? O sono solo un modo per monitorare l’esperienza dei figli senza creare reale consapevolevolezza?

Per il momento sono abbastanza deludenti. Perché, come YouTube Kids, spesso confidano su filtri messi in opera da algoritmi, senza curatela. Vedremo se qualcosa cambierà per esempio con Family Link di Google, che come un cordone collega il dispositivo del bambino a quello di un genitore. Meglio impostarli che farne a meno ma, come dimostra l’ultimo scandalo sui raggelanti cartoon fake su YouTube di cui ha parlato perfino il New York Times, non si può pensare che sostituiscano una presenza discreta dei genitori. Non possono essere baby sitter in servizio permanente.

Nel vostro libro dite che social e chat abbattono le barriere che nella vita reale si frappongono alla costruzione di una relazione. Ma a che prezzo? Stiamo crescendo una generazione di ragazzi che non saprà lottare? Più impaziente? Più superficiale? O semplicemente diversa da noi (come noi lo siamo stati rispetto ai nostri genitori)?

Non siamo per l’allarmismo, credo che nel libro si noti. Ma neanche per l’entusiasmo a ogni costo. Il punto è proprio questo: siamo solo all’inizio della ricerca scientifica su questi temi. Ci sono studi che ci parlano di ansie, irritabilità, depressione e “fomo”, fear of missing out. Altri che ci raccontano di pattern cognitivi cerebrali che cambiano in seguito all’abuso di questi ambienti digitali. Altri ancora, che, in fondo, paiono più confortanti. Diciamo una cosa: gli adulti ci sono per fare gli adulti. Non gli adolescenti senza fine. Nell’ambito di un rapporto di fiducia con i figli occorre per esempio che si dicano anche dei no, che si spieghi che smartphone e tablet non sono solo social e chat ma anche altro e che ogni ambiente e dispositivo deve avere il suo tempo. Anagrafico e d’uso.

Un consiglio ai ragazzi, uno ai genitori e uno al legislatore

Ai ragazzi consigliamo sempre di trasportare i loro motivi di ansia dalla piattaforma alla realtà: molti casi di stress e delusione, magari eccessivi, sono stati risolti parlandone con genitori e insegnanti ma soprattutto esprimendo certe passioni nella vita reale. Ma anche, d’altra parte, di non fare mai online ciò che non farebbero neanche offline. Sempre. Ai legislatori diremmo di svegliarsi: la legge sul cyberbullismo approvata la scorsa primavera è una tappa importante, occorre però che le norme previste dal nuovo regolamento europeo sulla privacy vengano recepite in modo preciso. Le piattaforme devono sviluppare sistemi efficienti per evitare che ci si possa iscrivere anzitempo a certe piattaforme. Tuttavia non c’è legge che tenga se gli adulti riprendano a fare gli adulti. E a insegnare ai figli il rispetto per gli altri e per se stessi, fuori e dentro i social.

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