Smartphone & Tablet

Un altro te, guida alle app per farsi un lifting digitale

Permettono di modificare viso e corpo prima di pubblicare una foto sui social, dove non importa come si è ma come si appare

Bellezza-apertura

Marco Morello

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Nella prima era di Facebook, l’inganno fotografico era un misto d’ironia e cialtroneria: si pubblicavano immagini rubate su internet di luoghi remoti, selvaggi, bellissimi, fingendosi affaccendati in vacanze da sogno anziché incastrati nella spiaggia affollata di sempre. Era un gioco innocuo che tradiva un desiderio d’evasione e, allo stesso tempo, un’impossibilità di fuga dal proprio recinto geografico.

Oggi la prospettiva si è ribaltata. Anzi, si è spostata la messa a fuoco: non importa più dove siamo, ma come siamo, o meglio come appariamo. Il soggetto al centro non è la destinazione, ma il nostro volto soddisfatto, abbronzato, sornione, fintamente imbronciato per qualche motivo irrilevante. Soprattutto impeccabile, o almeno in grado di sembrare tale sui social: «Le foto sono diventate la valuta di un gioco vasto e capace di dare dipendenza, quello del narcisismo» scriveva qualche giorno fa il quotidiano britannico The Telegraph. Aggiungendo subito dopo: «Se prima rivolgevamo le lenti dell’obiettivo verso il mondo, ora, tirati a lucido, le puntiamo verso noi stessi, invitando i nostri amici ad ammirare, mettere mi piace, commentare. Con la consapevolezza che faremo lo stesso con le loro immagini».

Quel «tirati a lucido» riassume tutto: l’inganno fotografico dell’estate 2019 è l’apoteosi della guance lisce e brillanti, gli occhi senza occhiaie, i contorni della bocca privi d’increspature, le curve snellite. Ma che succede, siamo diventati tutti cloni dei modelli da sfilata? Abbiamo finalmente applicato alla lettera i precetti di un’alimentazione sana e allergica ai grassi, di un’attività sportiva inesausta nonostante l’afa africana? Niente affatto: piuttosto, abbiamo imparato a utilizzare con agilità quei programmini che da ranocchi ci rendono principi per l’attimo di un selfie, per l’istante solipsistico di un autoscatto condiviso con amici e follower.

Pur andando a ravanare nei meandri delle ricerche più bizzarre, di dati complessivi e di scenario credibili, non se ne trovano. Il peccato del «fotoritocchino», l’evoluzione funzionale e intangibile della chirurgia estetica, si fa ma non si dice. Poco rileva tanto riserbo, basta sbirciare i numeri dei download delle singole app per annientarlo. Per scoprire che, tutte, vantano decine di milioni di utenti: o centinaia, è il caso di «Snow», in grado di modellare la faccia come se fosse di neve o di applicare make-up digitali. Così, non bisogna più nemmeno armeggiare con ombretti e rossetti. Il nostro viso è giusto un canovaccio, uno schema di partenza.

Le proposte e le alternative, sterminate, rientrano in due macrocategorie: quelle che fanno sul serio, che permettono d’intervenire su un’immagine prima di pubblicarla emendandone le sbavature. Quelle che puntano sull’arma del cazzeggio, dell’eccesso, applicando addominali posticci, scollature esagerate, fondoschiena da svenimento. O mostrandoci come saremo da anziani. È il caso di FaceApp, che qualche settimana fa ha scatenato un’isteria collettiva coinvolgendo plotoni di celebrità, dal rapper Drake al deejay David Guetta, fino allo chef superstar Gordon Ramsay. Le bacheche dei social network hanno fatto da risonanza al fenomeno, solo in parte frenato dalla scoperta che la società russa proprietaria di FaceApp, mentre dispensa rughe, fa un uso molto piratesco e arbitrario dei nostri dati personali. Ma la sostanza resta: che si tratti d’imbellettarci o d’invecchiarci, non ne abbiamo mai abbastanza di noi stessi. Siamo così ossessionati dalla nostra immagine, che intorno alla bolla del narcisismo si è gonfiata una fruttuosa economia.  

Le app incassano dalla pubblicità della quale sono imbottiti, in alcuni casi monetizzano direttamente dalla nostra carta di credito. Si prenda il servizio Retouch me, che significa «ritoccami». A occuparci della nostra immagine non siamo noi vagando tra menu e levette, ma un team di professionisti che incassano fino a 50 euro a foto. La app è stata aggiornata pochi giorni fa, conta oltre un milione di download e tonnellate di recensioni, in media parecchio entusiastiche: «Ritocca che è una bellezza. Sembra una foto naturale, invece è super ritoccata» esulta Alessia, che lascia cinque stelle. E testimonia che tutto ha un prezzo, anche il nostro apparire virtuale. Peraltro avallato e silenziosamente incoraggiato dai servizi social di ogni giorno: la modalità «ritratto» di Instagram ha vari filtri per dargli un’aggiustata prima di postarlo, così come TikTok, la piattaforma dei video brevi che spopola tra i giovanissimi. Lo stesso accade su Snapchat (con esasperazioni caricaturali), mentre Facebook tempo fa ha acquisito Msqrd, che aggiunge una maschera al volto degli utenti. Luigi Pirandello ci troverebbe validi spunti di riflessione. Inoltre, a fine 2018 è scoppiata una polemica che ha coinvolto la Apple: gli algoritmi dei nuovi iPhone esageravano con la brillantezza della pelle negli autoscatti. «No, non sei davvero così» era il titolo di un lungo articolo pubblicato dalla rivista The Atlantic, che riportava l’accaduto sancendo la virata della fotografia verso la «fauxtography», dove faux significa falso.  

Non è l’unico cambio di direzione in corso, c’è un altro incrocio imperante tra estetica e tecnologia. Fino all’estate passata, l’ossessione collettiva erano i tatuaggi. Si voleva sapere, scorgere, spiare ossessivamente chi s’era impresso addosso cosa, dove, casomai anche perché. Le spiagge erano una sfilata di corpi inchiostrati; per strada, pantaloncini e maniche corte svelavano disegni e parole scolpiti con l’ago sulla pelle. Oggi, qualcosa sta cambiando: a inizio agosto il Washington Post ha pubblicato un lungo articolo in cui rivelava che il 25 per cento degli adulti americani vuole sbarazzarsene; celebrità nostrane come l’ex velina Elisabetta Canalis (a fine luglio) o straniere come Angelina Jolie, l’hanno già fatto. Succede che nell’era in cui le storie Instagram sono usate da mezzo miliardo di persone al giorno, in cui il linguaggio dominante sono i contenuti che durano 24 ore prima di scomparire, il tatuaggio paga un vizio di fondo: è troppo definitivo. E la vanità, l’ansia di rappresentarsi, è nemica della permanenza. L’apparenza predilige la provvisorietà.

È una deriva grave? «No. Piuttosto, è diventato socialmente accettabile giocare con la propria immagine, applicarci filtri come prima facevamo con i piatti che fotografavamo» risponde a Panorama lo psichiatra Federico Tonioni, autore di numerosi libri tra cui «Psicopatologia web-mediata: dipendenza da internet e nuovi fenomeni dissociativi». «L’importante» aggiunge Tonioni «è scrollarsi di dosso queste finzioni quando ci si muove nella vita reale. Non dobbiamo ritoccare le emozioni nei contatti dal vivo, ma tenerci stretto il piacere di arrossire». E arrossire per davvero, senza l’aiutino digitale. (Twitter: @MarMorello)

Le app per cambiarsi i connotati

RETOUCH ME

Siamo nel terreno delle modifiche di livello professionale. Si carica un’immagine nella app e, a migliorarla secondo le nostre indicazioni, provvede una squadra di grafici e designer. A pagamento.  

FACEAPP

La capostipite della tendenza di rifarsi digitalmente i connotati. Partendo da un selfie, permette di invecchiarsi, ringiovanirsi, cambiare il tipo di capelli o aggiungere sorrisi finti alle foto da seri.

TIKTOK

Il social di riferimento per pubblicare e condividere brevi clip di fronte a un pubblico gigantesco. Per apparire al meglio, integra filtri che modificano o migliorano viso e capelli dei protagonisti dei video.

PHOTABLE

Il fotoritocco facile, all’ennesima potenza: per esempio, con pochi passaggi, si può eliminare la pancetta e applicarsi un set di addominali tonici e abbronzati al punto giusto. 

SNOW

Più raffinata, meno esagerata delle altre, anche per questo gettonatissima: 200 milioni di utenti. Interviene sulla pelle del soggetto ritratto, rendendola più giovane, luminosa, priva di difetti estetici.

OLDIFY

È specializzata nell’invecchiare le immagini, con un bonus: si può decidere di quanti anni appesantirsi l’identità, per vedere in tempo reale come cambia con più tempo addosso.

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