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iPhone, iPad, iPod: ecco il perché della lettera “i”

La convenzione risale a 1998, anno di presentazione dell'iMac, il primo computer della Mela pensato per la connessione a Internet. Ma non solo

steve Jobs

Roberto Catania

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Fra gli elementi che hanno contribuito a fare di Apple uno dei brand più riconoscibili dell’elettronica di consumo, c’è senza dubbio l'aspetto del naming. iPhone, iPod, iPad, iMac, ma anche iTunes, iBook, iLife, iTunes. I nomi dei gadget - anzi, degli iGadget - della Mela, nonché quelli dei vari software proprietari, rispecchiano la filosofia del suo fondatore, Steve Jobs: semplicità, ricerca dell’essenziale ma anche identità.

Il trait d’union dell’anagrafe cupertiniana sta ovviamente nella lettera “i” - rigorosamente minuscola - utilizzata come iniziale. Una scelta che, possiamo dirlo col senno di poi, si è rivelata iconica, efficace, in una parola vincente. Ma da dove nasce l'idea, e quale significato nasconde?

L’idea diffusa è che la “i” stia per Internet. In effetti - spiega l’Indipendent - la convenzione fu introdotta nel 1998, in occasione del lancio dell’iMac, il primo prodotto di Apple espressamente concepito per accedere al Web. Lo stesso Jobs ebbe a precisare a quel tempo che l’iMac, pur essendo un Macintosh a tutti gli effetti, era "indirizzato a tutti quei consumatori che avevano bisogno di uno strumento per andare sul Web in maniera semplice e veloce".

La decisione, però, fu dettata anche da altre motivazioni. In una slide mostrata dallo stesso Jobs durante la presentazione del ’98, spiega il quotidiano britannico, furono mostrati tutti i termini che - oltre a Internet - erano stati associati all’iniziale “i”: Individual, Instruct, Inform, Inspire.

“Siamo una società di personal computer, e anche se il prodotto è nato per rete, è anche un bel prodotto stand-alone”, fu il commento dell’allora CEO di Apple. Il potenziale della tecnologia, e in particolare di quella connessa, nel mondo dell’istruzione, dell’informazione, della creatività e delle comunicazioni personali era già chiaro allora. Soprattutto per chi - come Steve Jobs - era abituato a guardare oltre.

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