Roberto Catania

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Cosa deve fare Huawei per diventare il primo produttore mondiale di smartphone? Da un lato ci sono i numeri delle vendite, che ci raccontano di una società che è ormai in pianta stabile nella top 3 della telefonia in formato tascabile; dall’altro ci sono i profitti, che denotano invece un gap più profondo rispetto alla concorrenza. Ogni 100 euro spesi in smartphone - sottolinea una ricerca condotta da Strategy Analytics - 51 vanno ad Apple, 19 a Samsung e solo 8 a Huawei.

Sono due lati della stessa società: che vende bene, anzi benissimo, nella fascia sotto i 300 euro, ma che ha bisogno di uno scatto in avanti nel segmento premium del mercato, laddove si concentrano i guadagni più lauti.

Una risposta concreta alle ambizioni da primo della classe del produttore cinese ci arriva dal nuovo P20 Pro, il primo dei due smartphone di punta presentati dalla società nel 2018 (l’altro, l’erede dell’attuale Mate 10 Pro, arriverà in autunno), uno smartphone che punta dritto al cuore (e al portafogli) degli appassionati di fotografia.

Il messaggio è chiaro fin dallo slogan che reclamizza il prodotto: Un nuovo rinascimento della fotografia. Huawei vuole prendere le distanze da tutto ciò che è stato fatto finora dalla concorrenza e vuole farlo sfruttando due grossi punti di forza: la tripla fotocamera e l’intelligenza artificiale.

Per capire dove può arrivare questo smartphone, e il brand di conseguenza, abbiamo messo a dura prova il telefono per qualche settimana. Qui di seguito le nostre considerazioni.

Huawei P20 PRO (6)

Design: un dispositivo curatissimo (anche se poco originale)

Prima di entrare nella disamina degli aspetti tecnici, ci soffermeremo un attimo sulle qualità estetiche di questo telefono, un prodotto molto curato, sia a livello di finiture, che di materiali. Già alla prima impugnatura si ha la sensazione di essere di fronte a un oggetto che vale tutti gli 899 euro richiesti da Huawei per il suo acquisto.

Il P20 Pro insomma si fa notare, e non solo per la sua stazza - 6,1 pollici di diagonale e 180 grammi di peso non passano inosservati. A ben impressionare è il connubio fra vetro e metallo, così come l’equilibrio delle forme. Spettacolare il lato B del telefono, una raffinata superficie specchiata, resistente all’acqua, alla polvere e ai graffi (ma attenzione alle ditate!) sulla quale si stagliano i tre obiettivi (di cui due a sbalzo) della fotocamera Leica.

Huawei P20 11

L’unica vera critica che si può muovere ai progettisti di Shenzhen riguarda l’originalità del progetto stilistico, che ricalca in maniera un po’ troppo smaccata il recente iPhone X. Il profilo della scocca, la bordatura in alluminio e la cover posteriore in vetro sembrano un inno ai canoni estetici di Apple; come se non bastasse, Huawei ha ripreso anche il cosiddetto notch, ovvero quella sorta di zona buia del display presente in corrispondenza della fotocamera anteriore.

Huawei P20 16

A favore del P20 Pro c’è il fatto che il buco nero è in questo caso meno pronunciato. E che, volendo, può essere nascosto attraverso un’opzione delle impostazioni del display: lo schermo si abbasserà di qualche millimetro (sarà un po’ meno Full View, insomma) ma apparirà più omogeneo.

Dotazione da primo della classe (con qualche piccolo appunto)

Altrettanto curata è la dotazione interna del telefono. C'è tutto il meglio dell’arsenale tecnologico di Huawei, a cominciare dall’ultima evoluzione di quel chipset neurale, Kirin 970, che - come vedremo più avanti - ha il merito di rendere automatiche, e per certi versi un po' magiche, tutta una serie di attività che di norma richiederebbero un intervento manuale.

Fatta eccezione per il jack audio, la ricarica wireless e lo slot per le schede di memoria aggiuntiva, c’è tutto quello che si può desiderare da uno smartphone targato 2018

Fatta eccezione per il jack audio, la ricarica wireless e lo slot per le schede di memoria aggiuntiva (i 128 GB di memoria interna non sono purtroppo espandibili), c’è tutto quello che si può desiderare da uno smartphone targato 2018: un display grande e brillante (la tecnologia è Amoled), RAM a volontà (ben 6 GB in totale), una batteria molto capiente (4.000 mAh la capacità massima) e una sezione audio che suona forte e chiaro, sia in cuffia che in vivavoce.

Sul piano software non ci sono sorprese: a trainare il carro c’è ancora Android, qui in versione 8.0, con l’immancabile EMUI, l’interfaccia proprietaria che accompagna da più di un lustro tutti i telefonini marchiati Huawei. Per provare qualcosa di nuovo bisogna addentrarsi in tutte quelle piccole e grandi funzionalità esclusive che fanno del P20 Pro un prodotto diverso da tutti gli altri Android Phone. Ne citiamo due, entrambe basate sull’intelligenza artificiale: il sistema di cancellazione del rumore per le chiamate (che isola e "pulisce" la voce dal rumore di fondo) e Translator, variante sviluppata ad hoc da Microsoft per la traduzione in simultanea. Funzionano e, cosa ancor più importante, sono utili.

Huawei P20 21

Si sblocca in tanti modi (anche col riconoscimento del viso)

Fra le risorse a disposizione del nuovo P20 Pro merita almeno un cenno la funzione Sblocca con il sorriso, che poi altro non è che il sistema di blocco/sblocco del telefono (e delle sue applicazioni) attraverso il riconoscimento facciale.

La tecnologia utilizzata da Huawei, va detto, non sfrutta un sistema di mappatura tridimensionale del viso come quello impiegato da Apple sull’iPhone X, e questo ovviamente presta al fianco ad alcune osservazioni sulla sicurezza intrinseca del sistema, oltre che sulla sua efficacia. In realtà, sul piano pratico, lo sblocco col volto funziona ed è davvero rapido, nonostante qualche incertezza in condizioni di scarsissima luminosità.


La sistema per il riconoscimento facciale non sfrutta un sistema di mappatura tridimensionale del viso come quello impiegato da Apple sull’iPhone X. Ma è davvero rapido, nonostante qualche incertezza in condizioni di scarsissima luminosità.

Ci sono poi almeno due punti a favore di Huawei. Il primo: la possibilità di impostare lo sblocco diretto, che significa poter arrivare alla home senza bisogno di toccare alcunché (è sufficiente posizionare il telefono davanti agli occhi in verticale per avere il telefono subito pronto all’uso).

Il secondo riguarda la possibilità di utilizzare in alternativa il sensore di impronte digitali, qui situato sulla parte inferiore del dispositivo. Lo sblocco con le dita sarà pure demodé ma è ancora utilissimo, sia quando si tratta di rimediare a un mancato riconoscimento del volto, sia quando ci sono di mezzo applicazioni che utilizzano dati confidenziali (home banking, sistemi di gestori di password e via dicendo) per i quali è consigliabile un accesso più blindato.

Huawei P20 10

Autonomia: un telefono da 36 ore 

L'autonomia del P20 Pro è quella che ci si attende da un dispositivo che incorpora una batteria davvero generosa (ben 4.000 mAh la capacità dichiarata). Tradotto in soldoni significa arrivare a un giorno e mezzo di attività no-stop, ma se si ha l’accortezza di utilizzare un po’ meno la rete mobile - privilegiando la connettività WiFi - si possono sfiorare i due giorni di durata.

Il P20 Pro, come detto, non ha la ricarica wireless, ma ha in compenso un sistema di ricarica rapida molto potente: partendo da cellulare con batteria a terra abbiamo impiegato poco meno di un’ora e mezzo per fare il pieno di energia

Huawei P20 15

Fotocamera: la differenza si vede la sera (e da lontano)

Ma, è inutile girarci intorno, chi compra un P20 Pro lo fa soprattutto per le sue qualità fotografiche. La presenza di una tripla fotocamera Leica – lo abbiamo spiegato in fase di presentazione – non è una spacconata fine a se stessa, ma un modo intelligente e anche un po’ furbo per provare a superare i limiti di un dispositivo che, per dimensioni del sensore e qualità delle ottiche, non può avere la stessa qualità di una macchina fotografica.

 

Un esempio concreto di ciò che è possibile fare combinando le tre fotocamere ci arriva dal cosiddetto zoom ibrido. Davanti a un soggetto distante, possiamo chiedere al P20 Pro di avvicinarci di un fattore 3X, senza perdere risoluzione, oppure spingerci fino a uno zoom 5X. La madonnina del Duomo di Milano, fotografata da un chilometro di distanza in una giornata uggiosa, diventa incredibilmente vicina.

 

Da sottolineare il fatto che il passaggio da 3X a 5X non viene effettuato tramite uno zoom digitale ma attraverso una combinazione fra i dati della fotocamera standard da 40 megapixel con quelli della fotocamera da 8 megapixel con teleobiettivo 3X.

La presenza di una tripla fotocamera non è una spacconata fine a se stessa, ma un modo intelligente e anche un po’ furbo per provare a superare i limiti di un dispositivo che, per dimensioni del sensore e qualità delle ottiche, non può avere la stessa qualità di una macchina fotografica.

Ma i risultati più sorprendenti arrivano di sera. Merito di una tecnologia, denominata Light Fusion, che - come suggerisce la parola stessa - consente di fondere la luminosità di quattro pixel adiacenti. Il vantaggio di questo escamotage, che a dire il vero è utilizzato anche da altri produttori (di smartphone come di fotocamere), lo si percepisce bene da queste foto scattate di notte o in condizioni di luce precaria.

 

A questa funzionalità, che può essere utilizzata solo impostando la risoluzione massima a 10 megapixel (proprio per un discorso di redistribuzione dei pixel) – se ne aggiunge una seconda denominata Notte che emula in pratica il comportamento di una macchina professionale che scatta con tempi di esposizione lunghi su un treppiede. Il piccolo prodigio è reso possibile ancora una volta dall’intervento dell’intelligenza artificiale. Che analizza (e ignora) tutti i piccoli spostamenti registrati dal sensore  durante l’esposizione, così da evitare il micromosso.

[Clicca sulle foto per visualizzarle alla massima risoluzione]

Huawei P20 ProHuawei P20 ProHuawei P20 Pro
La modalità "Notte" emula il comportamento di una macchina professionale che scatta con tempi di esposizione lunghi su un treppiede. L’intelligenza artificiale analizza (e ignora) tutti i piccoli spostamenti registrati dal sensore durante l’esposizione, così da evitare il micromosso.

Le tre foto in sequenza qui sotto sono state scattate praticamente al buio. Nella prima, realizzata con un punta e scatta standard a 40 megapixel, si notano tutte le difficoltà del sensore ad acquisire la poca luce disponibile. Nella seconda, realizzata a 10 megapixel, l’intervento della tecnologia Light Fusion ci offre un risultato decisamente più godibile. Che migliora ulteriormente nella terza e ultima foto, scattata in modalità Notte: l’intervento dell’intelligenza artificiale, come si può vedere, va a compensare tutti i movimenti del telefono tenuto a mano libera nei 6 secondi nei quali il sensore è rimasto attivo. Risultato: una foto più luminosa e perfettamente a fuoco.

 

L’intelligenza artificiale viene utilizzata dal P20 Pro anche in situazioni più ordinarie. Ad esempio per sgravare l’utente da certe regolazioni manuali. Tutte le volte che scattiamo in automatico, in pratica, la fotocamera del P20 Pro prova a riconoscere la scena che abbiamo di fronte, che si tratti di un tramonto, di un cane, di un mazzo di fiori piuttosto che di un panorama con il cielo azzurro, modificando di conseguenza colore, contrasto, regolazione del bianco e via dicendo.

Huawei P20 Pro (27)

Il risultato? A volte efficace, come quando c’è di mezzo un primo piano (il P20 Pro passa automaticamente in modalità Ritratto creando un piacevole effetto sfocato sullo sfondo) a volte meno. A non convincere è soprattutto l’artificiosità di certe correzioni sulle scene naturali: l’intelligenza artificiale, in alcuni casi, esagera con la saturazione dei colori e il contrasto. Piacerà agli Instagrammer, un po’ meno agli amanti delle immagini autentiche.

Huawei P20 Pro

Più apprezzabile, per certi versi, il contributo dell’intelligenza artificiale in fase di ripresa video. Una discesa in bicicletta sul pavé milanese ci permette di apprezzare l’eccellente opera di stabilizzazione effettuata dal P20 Pro grazie al suo quoziente intellettivo. Anche in questo caso, però, bisogna tenere conto delle limitazioni sul piano della risoluzione: la compensazione è attiva solo fino a 1080p e 30 fotogrammi al secondo; girando in 4K, ma anche a 1080p e 60 fps, in pratica, l’effetto "gimbal" scompare.

Conclusioni

Fra tutti i prodotti di fascia alta sfornati da Huawei in questi ultimi anni, il P20 Pro ci sempre il più interessante: non solo perché ha tutte le carte in regola per competere con i primi della classe (iPhone X e Samsung Galaxy S9+ in primis) ma soprattutto perché ha un comparto fotografico in grado di spingersi laddove nessuno, finora, aveva osato mai.


È la combinazione con l’intelligenza artificiale a fare la differenza: i tanti dati acquisiti dalle tre fotocamere sarebbero poca cosa se non ci fosse un’AI che si preoccupa di gestirli al meglio.

L’impiego di tre fotocamere Leica con sensori di grandi dimensioni facilita il compito, ma è la combinazione con l’intelligenza artificiale a fare la differenza: i tanti dati acquisiti dalle tre fotocamere sarebbero poca cosa se non ci fosse un’AI capace di gestirli. A volte riuscendoci molto bene (di notte, ad esempio) a volte un po’ meno (le foto paesaggistiche appaiono un po’ troppo artefatte).

Ad ogni modo. Per essere il primo prodotto di una nuova progenie di dispositivi espressamente pensati per la fotografia in formato tascabile, c’è davvero di che esultare. Ciò non significa che le macchine fotografiche professionali abbiano i giorni contati (ci sono dei limiti oggettivi difficili, anzi impossibili da superare) quanto piuttosto che la strana è quella giusta.

Il P20 Pro, siamo pronti a scommettere, sarà uno dei prodotti di fascia alta più venduti di questo 2018. Forse davvero il prodotto che mancava per convincere gli aficionados di Apple e Samsung a cambiare parrocchia.

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