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Google Allo meglio di WhatsApp? Forse, ma arriva un po' tardi

Per battere Facebook, Google si affida all’intelligenza artificiale. Basterà per convincere miliardi di utenti a cambiare abitudini?

Google Sundar Pichai

Roberto Catania

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Se c’è una cosa che bisogna riconoscere a Google è la sua capacita di mettere ordine nelle nostre vite. Cosa sarebbe l’Universo di Internet senza il motore di ricerca di Mountain View? Che dire poi del sistema (eccellente) con cui la grande G ha (re)interpretato l’email (Gmail) e il nostro archivio fotografico (Google Photo)? C’è poco da fare: quando si tratta di maneggiare grandi quantità di dati e interpretarli con intelligenza, non c’è azienda più forte di Google.

Diverso il discorso quando si entra nella sfera delle relazioni personali. Su questo fronte, è la storia a parlare, Google ha provato in tante occasioni a stringere rapporti duraturi con i suoi utenti, ma con risultati non sempre brillanti. Google+ è solo l’ultimo di una serie di progetti partiti in pompa magna e mai completamente esplosi.

Allo: Google vuole entrare nelle nostre conversazioni
Ecco perché l’arrivo di Allo, la nuova applicazione di messaggistica presentata da Google in occasione della tradizionale conferenza con gli sviluppatori, va preso con le dovute pinze. L’idea è senza dubbio stuzzicante: sapere di avere un assistente personale che comprende il testo delle nostre chat, offrendoci suggerimenti utili anche nel bel mezzo di una conversazione, è un qualcosa a cui nessuno aveva mai pensato finora.

Hai aperto una chat con i tuoi amici per organizzare una cena a Milano? Bene, Google si inserisce nel discorso proponendoti alcuni dei migliori ristoranti della zona, il tutto – e qui sta l’aspetto più innovativo della vicende - senza che tu debba uscire dalla chat e metterti a cercare sul motore di ricerca.

Un terzo (in)comodo
Miracoli del machine learning, la scienza che si occupa di comprendere i meccanismi che regolano le dinamiche umane – soprattutto quelle legate alla comunicazione – attraverso sistemi di intelligenza artificiale sempre più raffinati (e utili).

C’è però un problema: come reagiremo di fronte a una realtà esterna che di fatto sbircia costantemente nelle nostre comunicazioni private? È un aspetto che investe la nostra privacy, certo, ma anche la dinamica delle comunicazioni stesse. Siamo davvero disposti ad accettare che ci sia un terzo soggetto (Google) pronto a mettere il becco in ogni discussione? La risposta è banale: dipende da quanto saranno intelligenti e misurati gli interventi.

Quali opportunità in un mercato così affollato?
Ma c’è un altro aspetto, forse più problematico, che rischia di spegnere sul nascere le ambizioni di Mountain View. Lo spazio delle comunicazioni private sembra essere ormai ben presidiato, con due realtà (WhatsApp e Messenger) che da sole fanno circa 2 miliardi di utenti, più una serie di applicazioni secondarie (WeChat, Line, Viber, Skype) che coprono la restante fetta di mercato. Senza contare Hangouts, l’attuale applicazione di messaggistica sviluppata da Google sul cui futuro per il momento non è dato sapere.Per convincere tutti questi utenti a cambiare parrocchia, ci vuole una proposta irresistibile e non è detto che il bot creato da Google lo sia.

Questo non significa che l’intelligenza artiiciale di Google non abbia un futuro. Le vie degli algoritmi sono infinite ed è lecito pensare che l’assistente personale di Google possa anche uscire da Allo e vivere una seconda vita sulle app di messaggistica della concorrenza, WhatsApp compreso.

L’ibridazione fra i servizi (si pensi al recente annuncio con cui la stessa Google ha svelato l’integrazione del suo traduttore su applicazioni di terze parti) sarà uno dei leit motiv del prossimo futuro. L’obiettivo, ormai è chiaro, è offire agli utenti tutte le comodità di cui hanno bisogno all’interno dello stesso spazio di comunicazione. Ubi maior...

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