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Smartphone & Tablet

A cosa serve l’Intelligenza Artificiale sugli smartphone

A11 di Apple e Kirin 970 di Huawei sono i primi chip che aprono a nuovi scenari in cui l’AI sarà determinante. Ma non adesso

All’inizio dell’anno sia Apple che Huawei avevano anticipato un po’ del loro futuro circa la telefonia mobile. La prima con A11 Bionic, il processore a bordo di iPhone 8 e iPhone X capace non solo di ricostruire il volto delle persone in tre dimensioni, per finalità di sicurezza e divertimento ma anche di migliorare l’utilizzo quotidiano del telefono, secondo le esigenze del possessore.

Huawei ha invece spinto sulle innovazioni della sua Neural Processing Unit, ovvero la sezione NPU integrata sul Kirin 970, cuore e mente del Mate 10 Pro presentato qualche giorno fa a Monaco di Baviera.

Cosa possono fare

Al di là delle evidenti strategie pubblicitarie, quello che oggi può fare un telefonino dotato di un chip dedicato all’Intelligenza Artificiale è ben poco. In particolare, l’iPhone X, tramite il Face ID, è in grado di memorizzare le fattezze di un viso per poi creare i cosiddetti Animoji, emoticon animate che hanno le sembianze della persona ripresa. Funzione carina, di certo non rivoluzionaria.

L’algoritmo fotografo

Il Mate 10 Pro, con il Kirin, dona a chiunque la possibilità di ottenere scatti di qualità senza saperne nulla di fotografia. Ciò è reso possibile dall’algoritmo interno che riconosce varie categorie di oggetti ripresi, pescando in un archivio che ne contiene una trentina, per ottimizzare luce ed esposizione a seconda del caso.

Quando poniamo dinanzi a un fiore la fotocamera dello smartphone, in basso a sinistra compare l’icona relativa che, se cliccata, sceglie automaticamente le impostazioni migliori. Anche qui, opzione utile ma non sbalorditiva.

Il chip A11 Bionic di Apple

Il chip A11 Bionic di Apple – Credits: Apple

Serve del tempo

È chiaro che per affermare la necessità di comprare un cellulare che ospita una AI (Artificial Intelligence) serve dell’altro. Una parvenza di concretezza è nel lavoro che il Kirin 970 può svolgere anche se non è connesso al internet. Sul Mate 10 Pro, l’applicazione Traduttore funziona completamente offline (se lo si vuole, ovviamente).

L’unità NPU ha già al suo interno tutti gli ingredienti necessari a comprendere, tradurre e creare una frase nella lingua desiderata che abbia un senso compiuto. Insomma, non un semplice vocabolario come tanti ma un mezzo di comunicazione più avanzato.

huawei mate 10 pro

Il riconoscimento volti di Mate 10 Pro – Credits: Huawei

Il punto di rottura

Ecco allora un primo punto di rottura con il passato: laddove molte delle applicazioni odierne si basano sul cloud, cioè sull’invio e ricezione di dati tramite internet, l’Intelligenza Artificiale porta con sé capacità di elaborazione intrinseche, indipendenti, automatiche. In un contesto digitale che delega tutto all’accesso al web, questa rappresenta una bella novità su cui lavorare.

Il futuro è qui, o quasi

La prossima generazione di chip punterà maggiormente su questo. Più ci sarà vastità di accesso ai processori, più gli sviluppatori potranno creare applicazioni capaci di sfruttarne le innovative funzionalità. Sappiamo quanto conti la presenza di un’app (sembra strano ma è così) nella scelta di uno smartphone. Nel momento in cui arriveranno quelle specifiche solo per un certo numero di dispositivi, dotati di Intelligenza Artificiale appunto, allora i consumatori si sposteranno verso tali lidi.

Invece adesso…

Abbiamo bisogno oggi di un telefonino che ospita una AI avanzata? No, per niente. Non esiste attualmente una killer application, ovvero il software che fa dire beh, questo è davvero qualcosa di mai visto.

Se Apple, con la piattaforma ARKit, ha dimostrato che la Realtà Aumentata è più un fattore software che hardware, visti gli elementi costruttivi già presenti nei moderni terminali, figuriamoci dove si può arrivare con quello che c'è ora in giro. L’implementazione di un chip neurale è sicuramente il futuro ma il portafogli per adesso può rimanere chiuso. Almeno un altro po’.

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