Smartphone & Tablet

Dopo le multe ad Apple e Samsung il potere torna ai consumatori

Si scoprono gli altarini delle strategie delle due aziende, che rallentavano gli smartphone con aggiornamenti software. Ora il vento cambia

iPhone mano iOS 11-3

Antonino Caffo

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L’Antitrust ha riconosciuto l’esistenza della cosiddetta obsolescenza programmata nelle strategie commerciali di Apple e Samsung.

Si tratta di quella simpatica pratica secondo cui le compagnie hi-tech rilasciano aggiornamenti software volti a rallentare o creare problemi a bordo di generazioni precedenti dei loro prodotti. Per quale motivo? Creare l’idea che il gingillo che hanno tra le mani non sia più buono a niente, lento e impacciato e dunque da cambiare. Obsolescenza si, ma programmata dalle logiche di business, appunto.

La sentenza

L’Agcm, Autorità garante della concorrenza e del mercato, ha inflitto una multa di 5 milioni di euro ad Apple e una dello stesso ammontare a Samsung, più un’ulteriore di 5 milioni di euro per la produttrice di iPhone per non aver fornito ai clienti indicazioni chiare sul processo di deterioramento e sostituzione delle batterie difettose di alcuni modelli.

Precedente globale

La decisione del regolatore nostrano ha una valenza importantissima, che crea un precedente per nulla banale nelle politiche di quelle multinazionali che si contendono mercati tiratissimi e molto fruttuosi, come quello degli smartphone. Concludere che Apple e Samsung hanno agito per spingere le persone a comprare nuovi cellulari, senza che ve ne fosse il reale bisogno, vuol dire porsi di traverso ai due principali nomi del settore, rimettendoli in riga.

Cosa è successo: Samsung

La storia è questa: l'indagine e la conseguente sanzione sono arrivate dopo che l’Antitrust ha confermato l’esistenza di procedure per "causare gravi disfunzioni e ridurre le prestazioni dei dispostivi in modo significativo, accelerando così il processo di sostituzione”. L’analisi è partita a seguito di varie lamentale da parte di gruppi di consumatori per il malfunzionamento constatato soprattutto a bordo dei Galaxy Note 4, che nel 2016 ha ricevuto un aggiornamento ad Android Marshmallow. Aggiornamento che andava ad ottimizzare le prestazioni del Galaxy Note7, con il risultato di essere fin troppo esoso, in termini di richieste energetiche e di performance, su un modello uscito due anni prima.

Il caso Apple e il battery-gate

Vicenda simile per Apple, con i possessori degli iPhone 6 delusi dall’aver costatato che iOS 10 causava più danni che benefici sui loro melafonini, nell’anno del lancio del successore iPhone 7. E non è nemmeno finita, perché al recarsi presso i centri autorizzati, dopo due anni dallo scontrino, i riparatori chiedevano una bella cifra per sostituire questo o quel pezzo di hardware, quasi sempre la batteria, di fatto intascando soldi periodici oppure dando un motivo in più per dedicare centinaia di euro ad altri esemplari. Considerando il grado di fidelizzazione dei due marchi è anche molto bassa l’ipotesi di un consumatore che lasciava la strada vecchia per spingersi verso un altro brand.

A differenza di Samsung, Apple aveva riconosciuto il problema, estremizzato dal battery-gate, lo scandalo che aveva messo in luce la volontà di Cupertino di rallentare appositamente gli iPhone più datati per preservare la durata della batteria. Eppure l’Antitrust non ha conosciuto ragioni: 10 milioni di euro in totale per la compagnia guidata da Tim Cook.

Il comunicato di Samsung

Anzi la stessa Samsung minaccia azioni e ricorsi, convinta di essere nel giusto. Ecco il comunicato diffuso oggi: "Per Samsung la soddisfazione dei propri clienti è un obiettivo primario, strettamente legato al proprio business. Samsung non condivide la decisione presa dall’Agcm in quanto la società non ha mai rilasciato aggiornamenti software con l’obiettivo di ridurre le performance del Galaxy Note 4. Al contrario, Samsung ha sempre rilasciato aggiornamenti software che consentissero ai propri utenti di avere la migliore esperienza possibile. L’azienda si vede quindi costretta a ricorrere in appello contro la decisione presa dall’Autorità."

Maggiore controllo, più trasparenza

Come detto, la sentenza mette in chiaro un paio di cose che tutti gli altri attori sul mercato dovranno considerare d’ora in poi (avrebbero dovuto farlo prima, ma vabbè): l’obsolescenza programmata esiste, è sempre esistita ma spesso la si considerava come una conseguenza endemica dell’evoluzione informatica. Oggi compro un computer, con certe caratteristiche, domani non andrà più bene perché i software chiederanno maggiori risorse, tali da esigere hardware moderno.

Ma qui si evince una pratica diretta a velocizzare il panorama, peraltro battendo sul software e non sull’invecchiamento delle specifiche tecniche. Per farla breve: un Note 4 e un iPhone 6 funzionerebbero benissimo anche con l’internet odierno, con le principali app e giochi, con i social e scatterebbero foto di tutto rispetto. Ma se non compri si abbassano i ricavi e per le compagnie diventa un problema.

Problema sicurezza

L’Agcm ci da maggiore potere decisionale su alcuni flussi commerciali, e questo è solo un bene. C’è anche un paradosso evidente nella vicenda, forse anche peggiore dell’obsolescenza stessa. Aziende come Apple e Samsung, da anni, seguono i temi della sicurezza digitale, invitando le persone a installare i più recenti aggiornamenti rilasciati periodicamente, che tappano falle e vulnerabilità.

Poi, succede che ci si trova dinanzi a un bivio: fare l’update, con il rischio di rallentare il cellulare, oppure lasciar perdere e tenersi sempre lo stesso firmware, aprendosi così alle eventuali violazioni degli hacker, a conoscenza dei difetti degli OS. Entrambe le strade rappresentavano uno svantaggio per noi clienti; ma l’aria sta cambiando.

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