Sicurezza

Perché aspettare il 2019 per comprare un nuovo computer

Entro la fine dell’anno arriveranno i nuovi processori di Intel, protetti contro Spectre e Meltdown. Se non c’è urgenza è meglio pazientare

computer mac

Antonino Caffo

-

Le vulnerabilità scovate sui processori più diffusi al mondo, tra cui quelli di computer e smartphone, hanno i giorni contati.

Intel, la principale compagnia coinvolta nel caos Spectre e Meltdown, fornirà infatti entro la fine dell’anno i chip protetti naturalmente contro le debolezze, grazie a un ripensamento della produzione a livello hardware.

Produzione ripensata

Come sottolineato dagli esperti, l’unico modo per proteggere del tutto (almeno nei confronti di queste falle) i dispositivi interessati è intervenire direttamente sulla costruzione dei processori, assicurando le modalità di gestione dei dati delle attività sotto accusa, senza limitarsi a diffondere aggiornamenti software che non precludono alla possibilità di una fuoriuscita di informazioni con qualche altro sotterfugio.

Solco tra vecchio e nuovo

Brian Krzanich, l’amministratore delegato di Intel, durante una conferenza con gli investitori ha spiegato che gli ingegneri, nel corso dei prossimi mesi, finalizzeranno gli interventi tecnici, tali da permettere a partner e assemblatori di includere le CPU sicure nei loro chassis a partire dalla fine del 2018.

Detto ciò, non sappiamo se i cervelli in silicio apparteranno ad una nuova famiglia di prodotti oppure se la modifica interesserà chip già in commercio, sta di fatto che dopo il loro arrivo si creerà un solco inevitabile tra il prima e il dopo.

Chi vorrà computer desktop, notebook, smartphone e tablet affetti dai tre bug che ricadono sotto le definizioni di Spectre e Meltdown? Nessuno, tutti si rivolgeranno, giustamente, a oggetti resi più affidabili.

La protezione software non basta

Ad oggi tutti i principali marchi hi-tech hanno lanciato i cosiddetti fix, gli update di sistema per rendere inerme l’esecuzione speculativa, il processo al centro delle polemiche, quello che velocizza la risposta della macchina ad alcune operazioni, tenendo in memoria dei dati da richiamare all’istante, alcuni molto sensibili e non sempre inaccessibili a terzi.

Calo delle prestazioni

La conseguenza dello spegnimento dell'escuzione speculativa è in un calo delle prestazioni dei device più datati. Si va dai millesimi di secondo di differenza a feedback più lunghi dopo un comando, di certo non un bel contesto in prospettiva.

C’è da dire che finora non si hanno prove dello sfruttamento delle falle in questione ma confidare su dispositivi protetti solo nel software è come parcheggiare un’automobile in sosta con un po’ di nastro adesivo che chiude lo sportello: al ritorno potrebbe essere tutto in ordine o magari qualcuno ha forzato la maniglia per entrare e rubare lo stereo. Il problema è che qui l’auto ce l’hanno venduta proprio così, difettosa in una delle sue parti.

Meglio aspettare il 2019

Il fattaccio verrà chiuso da Intel prima del previsto, almeno secondo le logiche della produzione della multinazionale, i cui progetti attuali vanno già oltre il 2020. Ci sarà una perdita economica dovuta allo slittamento ma nulla in confronto al rischio di vedersi crollare il mercato sotto ai piedi.

Tutto ciò cosa importa ai consumatori? Beh, se l’americana darà ai fornitori dei processori sicuri tra qualche mese allora conviene aspettare il 2019 per comprare un nuovo PC. Il concetto non vale solo per computer con sistema Windows ma anche macOS e Linux, e pure iPhone e cellulari Android, che ospitano le CPU infette di ARM e AMD nelle loro declinazioni mobili. Anzi, stando ad una ricerca di riCompro, più del 50% degli smartphone usati nel nostro paese è a rischio. Qui c’è una lista completa.

Ma il mistero si infittisce

Al di là del futuro degli aggeggi tecnologici che più amiamo, i guai legali per Intel non sono di certo finiti. Oltre a dover fronteggiare class action in giro per il mondo, pare che la compagnia sapesse delle problematiche riferite dal team Project Zero di Google già da molto tempo.

Come sostiene il francese LeMagIT, il 29 novembre del 2017, Intel avrebbe inviato una comunicazione ai partner per avvisare dei risultati dell'indagine, nell’ottica di cercare una soluzione specifica per ogni azienda coinvolta.

Fin qui tutto lecito e dovuto, se non fosse che proprio il 29 novembre l’ad Brian Krzanich vendeva le sue azioni per ben 11 milioni di dollari, tenendo per sé il minimo legale richiesto dal gruppo: 250 mila dollari. Forse un caso, forse solo lungimiranza.

Per saperne di più:

© Riproduzione Riservata

Commenti