Sicurezza

Google, perché i dipendenti stanno lasciando l’azienda

Sviluppatori e tecnici si licenziano a causa del progetto segreto di aprire un motore di ricerca censurato in Cina. “Così si violano i nostri principi"

cina censura

Antonino Caffo

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Sono almeno sette gli impiegati di Google che stanno lasciando la compagnia e non è detto che presto il numero non possa aumentare. La colpa è del progetto segreto con cui l’azienda intende aprirsi al mercato cinese, venendo meno a principi fondamentali come la libertà di espressione e di parola.

La storia

Un mese fa vi raccontavamo dell’opposizione di oltre 1.400 dipendenti di Google allo sbarco del motore di ricerca più usato al mondo anche in Cina. Cosa c’è di male in una mossa del genere? Beh, il fatto che i territori controllati da Pechino, da sempre, vietano a navigatori e utenti della rete di accedere ai servizi di Big G, che si tratti delle ricerche web, dei messaggi di Gmail, delle cartine di Maps, dei video di YouTube e di tutte quelle piattaforme sviluppate dal gigante di Mountain View.

Cosa succede

Il mercato cinese però è immenso e vale decine di miliardi  di dollari per una compagnia che, come Google, ha nel suo arco tante frecce capaci di mirare agli interessi di pubblici diversi. Non è un caso se uno dei prodotti più diffusi al mondo e gestito dalla multinazionale, il sistema operativo Android, in Cina assuma contorni paradossali: c’è ma è come se non fosse marchiato dall’americana, vista l’assenza delle cosiddette GApps (cioè le applicazioni indicate sopra) e del Play Store. Al suo posto negozi digitali alternativi e strettamente monitorati dal governo, per far si che non vengano pubblicati software che ledano le norme del regime.

Niente VPN

E come se non bastasse, dopo anni in cui gli smanettoni cinesi hanno utilizzato programmi VPN per eludere i blocchi del Great Firewall, da qualche mese chi viene scoperto a sfruttare virtual private network, semplici app per computer e cellulari che permettono di agganciarsi da dentro il paese a server che partono dall’estero (e che quindi simulano connessioni prive dei blocchi a Google) rischia anche tre anni di prigione, per l’infrazione dell’articolo 285 della legge penale.

La strategia di Google

In un panorama del genere come può inserirsi Google? La risposta è in Project Dragonfly. Scoperto in piena estate grazie alla diffusione di una serie di documenti privati, il dragone volante non sarebbe altro che un Google censurato, un motore di ricerca simile nella grafica a quello presente altrove ma con filtri circa ciò che non deve comparire nei risultati. Del tipo? Le pagine sulle proteste in piazza Tienanmen, quelle sulla lotta per la democrazia a Hong Kong o le tensioni tra gruppi etnici nello Xinjiang e in Tibet. Insomma, un Google a metà o, come lo hanno definito gli stessi impiegati della compagnia, contrario alle basi etiche su cui la società è fondata.

Fuggi fuggi generale

Il sito The Intercept, lo stesso che ha raccolto le testimonianze di Edward Snowden sul Datagate, ha ottenuto la lista di sette dipendenti di alto profilo che già hanno dato le loro dimissioni, dopo aver impresso le loro motivazioni sotto forma di lettera inviata ai responsabili dell’azienda. Tra questi, un ricercatore senior il cui lavoro sugli algoritmi di apprendimento automatico ha permesso di migliorare i risultati di ricerca del portale in Occidente. L’impiegato avrebbe appreso di Dragonfly solo dagli organi di stampa, senza aver mai ricevuto aggiornamenti da Google a riguardo.

Ecco cosa riporta The Intercept

“Dopo aver iniziato a discutere con i suoi capi, ha deciso a metà agosto di non poter più lavorare per Google. L’ultimo giorno in compagnia è stato il 31 agosto e ci ha detto che, per quanto ne sappia, fa parte di cinque dipendenti che lasceranno la compagnia a motivo di Dragonfly. Ha ritenuto che fosse sua responsabilità etica dimettersi in segno di protesta per la perdita degli impegni presi in materia di diritti umani. Lavorare per il governo cinese vuol dire violare i principi del piano di sviluppo dell’intelligenza artificiale di Google, secondo i quali lo scopo della società non è progettare o distribuire tecnologie contrarie alle norme della legge internazionale sui diritti umani”.

Intanto, una coalizione formata da vari gruppi sui diritti civili ha chiesto formalmente a Google di cancellare il progetto sulla versione censurata del motore di ricerca in Cina. Si tratta di quattordici organizzazioni tra cui Amnesty International, Human Rights Watch, Reporters Without Borders, Access Now, Committee to Protect Journalists, Electronic Frontier Foundation, Center for Democracy and Technology, PEN International, Human Rights in China, che hanno indirizzato una lettera al CEO del colosso, Sundar Pichai, per lanciare l’allarme su una strategia che porterebbe Google a divenire complice delle violazioni commesse, e coperte, da Pechino.

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