Sicurezza

Come funzionano i droni del fallito attacco a Maduro


Decollano e si comandano da remoto, trasportano esplosivo e sono difficili da intercettare. Secondo gli esperti rappresentano le armi del terrorismo 2.0

maduro droni

Antonino Caffo

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Il tentato attacco al presidente venezuelano Nicolas Maduro del 4 agosto è il primo, per quanto ne sappiamo, veicolato tramite droni di uso comune.

Il video che ha fatto il giro del mondo mostra Maduro, la moglie Cilia e i capi dell’esercito bolivariano presi dal panico quando, nei cieli di Caracas, esplode un numero imprecisato di droni. Droni che, a due ore di distanza, lo stesso presidente etichetterà come tentativo di uccidermi.

Resta un interrogativo, bello grosso, sulle modalità con cui i presunti terroristi avrebbero voluto colpire le autorità alla parata: l’esplosione faceva parte dell’attentato o è avvenuta quale controffensiva da parte dei militari sentinella?

Quel dj è una bomba

Come hanno spiegato le agenzie nazionali, sono almeno sei le persone fermate per il lancio dei droni suicidi. Gli esemplari sono due, entrambi DJI M600, dotati di 1 kg di esplosivo C-4, capace di coprire un raggio di 50 metri. Il DJI M600 è generalmente considerato un drone di livello professionale, principalmente per cineasti e fotografi, ma ha una solida struttura e può gestire un carico utile relativamente pesante.

Arma fai-da-te

Facilmente trasportabili e occultabili, i droni fai-da-te non sono una novità per hobbisti e appassionati. Il problema è che con qualche aggiunta, questi piccoli velivoli possono davvero far male a qualcuno, anzi a più di una persona. Grazie a schede programmabili a basso costo, come le Arduino, con circa 18 dollari si costruisce un drone funzionante, all’occorrenza pure resistente all’acqua e dotato di carrellino per ospitare arnesi da pochi grammi.

Al crescere della spesa, aumentano le possibilità di volo e trasporto, e dunque di eventuale raggio di azione della minaccia. Basti pensare che sul deep web ci sono dozzine di forum e negozi che vendono bombe in miniatura già pronte, realizzate con materiale chimico e alcune anche con effetti tossici.

A basso costo

Non bisogna essere per forza jihadisti organizzati per avere mire del genere. Lo scorso novembre, le forze di sicurezza turche hanno sequestrato un drone armato di esplosivo che, secondo quanto riferito, sarebbe stato costruito dai militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) partendo da un modello commerciale di circa 1.200 euro. A conti fatti, un drone killer è il metodo migliore che un criminale/terrorista/attivista può seguire per uccidere il nemico, senza rischiare la pelle.

L’Occidente non è da meno. Nel 2014 un team del MITER, un gruppo di esperti di sicurezza con sede in Virginia, ha realizzato un drone di livello militare utilizzando hardware a disposizione di tutti, una stampante 3D e un software open source. Al costo di 2 mila dollari cadauno, si potrebbe assemblare un intero squadrone per meno di un singolo missile tradizionale, per non parlare di un moderno aereo da combattimento. L’F-22 americano, ad esempio, costa oltre 300 milioni di dollari, un bombardiere B-2 ancora di più. Con 20 mila dollari ci si assicura una flotta letale, difficile da abbattere nella sua totalità, soprattutto se arriva tra la folla in momenti inaspettati.

Difesa non facile

Insomma, le armi volanti del terrorismo 2.0 sono alla portata di chiunque e difficili da preventivare e contrastare. Quando si tratta di droni militari, radar e sensori fanno il loro lavoro di difesa ma se per aria svolazza un ammucchio di plastica e silicone la questione si fa annosa, perché a questo punto si dovrebbero vietare tutti gli aggeggi simili, chiudendo di fatto un mercato (suvvia: chi usa i droni solo nel proprio giardino?).

Senza norma

Si possono usare i famosi jammer a radiofrequenza per interrompere qualsiasi comunicazione senza fili nel giro di qualche centinaia di metri, con il rischio di bloccare pure le reti cellulari e internet. Un’altra via è l’abbattimento, come a Caracas, dei velivoli ma bisogna mettere in conto danni collaterali per chi si trova nelle vicinanze.

Le vie di uscita non sono semplici e l’ingegno non sempre aiuta: la polizia olandese ha addestrato le aquile per dare la caccia ai droni, ma la difficoltà dell’approccio (come fermano i dispositivi? Come riportano informazioni alle basi a terra?) ha fatto cadere presto l’esperimento.

Peraltro, l’assenza di una normativa chiara, anche in Europa, legittima l’uso dello strumento. E fin quando si vagherà in tale zona d’ombra, ci sarà modo per il terrorismo alato di creare disagio e preoccupazione.

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