Sicurezza

Cyber security, così i nostri documenti rubati vengono usati in rete

Aumentano le frodi creditizie: i criminali informatici chiedono soldi in prestito per poi sparire. I numeri e come proteggersi

Knox-apertura

Marco Morello

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Un brutto vizio dei cybercriminali è usare i dati che rubano per ottenere finanziamenti in maniera illecita. La prassi è farsi accordare prestiti con i documenti razziati durante i loro attacchi informatici (le nostre carte d’identità, patenti e passaporti, usati come garanzia per avviare le pratiche), incassare il denaro o acquistare oggetti e poi volatilizzarsi. Sparire con il bottino. Lasciando a noi l’onere di risarcire chi è stato danneggiato o di provare la nostra innocenza. Solo nei primi sei mesi del 2018 si sono registrati più di 12.100 casi di questo tipo: sono in aumento rispetto agli 11 mila del medesimo periodo del 2017 e hanno provocato danni complessivi per 72 milioni di euro. A rivelarlo è l’Osservatorio sulle frodi creditizie di Crif, azienda globale specializzata in sistemi d’informazioni creditizie.

In media 6 mila euro a raggiro

Lo studio è stato realizzato con Mister Credit, la divisione di Crif dedicata ai servizi ai consumatori. Leggendolo si scopre che il valore medio dei raggiri è in calo: si attesta a 5.929 euro contro i 7.047 dell’anno prima. Ma non è una buona notizia, perché significa che il fenomeno si sta estendendo a beni e servizi anche dal valore ridotto. Le vittime sono più spesso uomini (il 63,4 per cento), residenti in particolare in Campania (14,5 per cento) e Lombardia (12,4 per cento), a conferma di una trasversalità geografica. E anagrafica: la fascia d’età più colpita è quella che va dai 41 ai 50 anni (25,6 per cento), ma non si salvano nemmeno i giovani dai 18 ai 30, che dovrebbero avere più dimestichezza con le nuove tecnologie e le loro minacce (20,3 per cento). Mentre di ogni tipo sono le merci e i servizi acquistati con il denaro ricevuto illecitamente: al primo posto ci sono gli elettrodomestici (30,9 per cento), seguiti da auto e moto (13,6 per cento), spese per immobili e arredamento (nell’ordine 10,8 e 10,4 per cento), senza trascurare viaggi e divertimenti vari (4,6 per cento), addirittura trattamenti estetici (5,5 per cento). Insomma, i nostri dati personali consentono a questi ladri di bit di spassarsela e farsi belli, letteralmente, alle nostre spalle.

Samsung-dentro

Il nuovo Galaxy S10+ di Samsung. Come gli altri dispositivi recenti della casa coreana integra Knox – Credits: Samsung

Mettere il telefono al sicuro

Proteggersi è un obbligo. La prevenzione comincia dallo smartphone, lo scrigno primario della nostra vita digitale. Samsung, per esempio, offre uno scudo di nome Knox, un software preinstallato che sorveglia sia le applicazioni che l’hardware. Con un doppio vantaggio: fa tutto da solo, in automatico, verificando costantemente l’integrità del dispositivo e bloccando gli attacchi, così non ci dobbiamo preoccupare di nulla (gli antivirus da lanciare e aggiornare appartengono alla preistoria). Inoltre, crea un’area riservata e protetta da password in cui possiamo salvare, chiudendoli a doppia mandata, i file più importanti. A cominciare dalle copie digitali dei nostri documenti, che tanto fanno gola ai cybercriminali.

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