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Sicurezza

Così il Regno Unito spia i social network

Privacy International ottiene le prove sulle pratiche di monitoraggio delle agenzie britanniche. Ma l’Italia non è messa meglio

Privacy International, un gruppo in difesa dei diritti digitali, ha ottenuto documenti segreti circa le pratiche di spionaggio delle agenzie britanniche ai danni dei navigatori inglesi.

Gli archivi online sono il risultato di una battaglia legale portata avanti dall’organizzazione contro l’intelligence del regno, rea di monitorare e conservare dettagli sensibili degli utenti senza alcun motivo particolare.

Il cosiddetto bulk personal dataset, ovvero l’archivio personale di massa, include informazioni raccolte da siti come Facebook e Twitter ma anche forum e altre piattaforme, pur in mancanza di un legittimo interesse di indagine. Ciò vuol dire che al suo interno ci sono le vite di milioni di persone, semplici cittadini, ancora una volta alla mercé delle prassi di spionaggio globali.

Categorie di senso

Stando alle prime analisi di Privacy International l’archivio è composto da categorie molto specifiche e peculiari come dettagli biografici, attività commerciali e finanziarie, comunicazioni, appunti di viaggio e persino conversazioni privilegiate, in riferimento a quelle tenute da un individuo con banche, avvocati, studi legali e così via.

Questo non fa pensare a una semplice rete buttata nel mare del web ma all’intenzione di suddividere chiaramente i navigatori in tipologie ben definite.

Non solo social

Se bisogna capire in che modo le agenzie britanniche, coordinate dalla GCHQ cugina della NSA statunitense, abbiano ottenuto l’accesso ai server dei social network, sembra che nel mezzo delle operazioni di violazione siano coinvolte anche compagnie private, probabilmente a loro insaputa.

Bucando e intrufolandosi nei loro meandri telematici, gli ufficiali d’Albione si assicuravano una mole di dati da incrociare con quelli già in possesso, per completare i profili di ogni utente, in apparenza privi di qualunque coinvolgimento che abbia richiamato l’attenzione della polizia.

In viaggio in Europa

Per il team di Privacy International, i database venivano condivisi con tutte le divisioni di intelligenze del paese e non solo. Anche agenzie estere, in una sorta di rete coadiuvata, potevano dare un occhio agli archivi, spesso scambiati tramite CD e hard-disk, per non incorrere loro stessi in problemi di accesso non autorizzato ai sistemi, magari a opera di hacker.

Scriviamo al passato delle attività di monitoraggio e custodia delle informazioni ma senza la certezza che queste siano terminate. Chi le ha ottenute ha analizzato la situazione, scoprendo come il Grande Fratello UK vada avanti da almeno un decennio in tale lavoro ed è plausibile che lo stia facendo ancora.

E l’Italia?

La storia è incentrata sul Regno Unito ma non è detto che non ci riguardi da vicino. Proprio Privacy International, a settembre, aveva diffuso una lista dei 21 paesi che, in Europa, attuano politiche non di salvaguardia nei confronti dei rispettivi cittadini digitali.

Tra questi ci siamo anche noi, vista la pratica delle aziende di racimolare quanti più dati possibili online, da clienti e non, per poi rivendere gli elenchi a partner, concessionarie pubblicitarie, soggetti che operano nel marketing e nel commerciale.

Linea europea

“L’attuale legge che permette la conservazione dei dati (in gergo data retention) in Europa viola il diritto alla privacy e altri fondamentali tasselli della comune convivenza. Eppure la stessa Unione Europea, più di una volta, ha affermato chiaramente che raccogliere informazioni personali non è mai giustificato, se non per combattere il crimine. Qualche stato lo ha capito, altri no. Ognuno deve cambiare le proprie leggi per allinearsi a quelle del legislatore continentale” – aveva detto di recente Tomaso Falchetta, a capo del reparto Policy di Privacy International.

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