Il potere discriminatorio dei Big Data

Foto, video, post: le azioni che compiamo, non solo sui social, ci identificano. Con il rischio di creare una società del tutto fittizia

big data person

Antonino Caffo

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Il caso Cambridge Analytica-Facebook è emblematico di quello che sono diventati i Big Data. Se vige ancora la convinzione che su internet siamo tutti uguali, sarà meglio cambiare atteggiamento e cominciare a dare peso alla nostra identità digitale.

Tranne che sul deep web, ogni attività svolta in rete ha un significato e produce un effetto: aumenta la conoscenza di noi alle aziende che hanno accesso alle informazioni che ci riguardano, i Big Data appunto.

Cosa sono i Big Data

Per Big Data si intendono gli elementi costitutivi di un profilo telematico e individuale. Al di là di Facebook il concetto vale lo stesso, anzi anche di più. Se quanto aggiungo al mio account social contribuisce a dipingere un io digitale concreto (squadre seguite, cibo preferito, serie tv amata), solo le azioni concretizzate valgono davvero in ambito commerciale. Il biglietto per lo stadio comprato online, l'ordine della cena fatto tramite app e consegnato a casa, l'abbonamento al servizio di streaming su smartphone e tablet.

Io-digitale esposto a tutto

Piccoli suggerimenti che si pongono come grandi dati utili alle compagnie per creare e proporci annunci su misura, sms con promo e messaggi di posta elettronica che mirano agli sconti del momento. 

Come fanno Google e Amazon a sapere tutto di noi? Rileggete qualche riga su e unite i puntini. Se ai Big Data aggiungiamo anche i metadati (i riferimenti nell'uso di una certa app, sito web o piattaforma, senza conoscere il contenuto della navigazione), allora il quadro è completo. 

Un mare discriminatorio

Se qualcuno potrebbe affermare che il cittadino 2.0 ha scelto da solo di vendersi su internet, è anche vero che la corsa al bit, che tradotto vuol dire denaro, ha estremizzato la situazione. Di fatto, i Big Data hanno finito col discriminare le persone, inserendole in categorie merceologiche. Ecco qualche esempio: cambi spesso operatore telefonico? Le compagnie ti tartassano di offerte, una migliore dell'altra; acquisti almeno una volta a settimana su Amazon?

I venditori tengono il tuo account più in considerazione di altri; ti piace lo sport? Gli store online fanno a gara per averti come cliente. Prima di internet tutto questo non poteva avvenire, se non grazie a rapporti interpersonali, fiduciari e continuativi nel tempo. Invece che renderci tutti uguali, il web ha accentuato le distanze tra le classi, lasciando nell'ombra chi è ai margini dei processi digitali.

Black Mirror cinese

Chi ha seguito la famosa serie di Netflix, Black Mirror, ricorderà la prima puntata della terza stagione dove si racconta un futuro in cui le persone possono valutarsi a vicenda con un punteggio da una a cinque stelle per ogni interazione che hanno. Tale valore influisce sia sullo stato sociale che economico. Da maggio in Cina ci sarà un sistema del genere, chiamato social credit system. A seconda del posizionamento in una certa classifica, il governo limiterà gli spostamenti via aereo e treno dei cittadini e, ipoteticamente, l'accesso a strutture e servizi. 

Lo studio USA

Interessante quanto nel 2014 affermava uno studio della Casa Bianca: i Big Data creano discriminazione. Durante la legislatura Obama, una serie di analisti avevano monitorato la produzione e gestione delle informazioni sensibili da parte delle multinazionali, concludendo che già agenzie assicurative e datori di lavoro, costruivano su ciò che le persone mostravano di sé online proposte commerciali e ranking di possibili candidati, ancor prima di ascoltarli a colloquio. 

Ci dicono di non postare quello che ci riguarda su Facebook e poi scopriamo che, se lo evitiamo, c'è il rischio di dipingere un'immagine del sé che non corrisponde al vero, precludendoci possibilità professionali, miglioramenti sociali e relazioni affettive. La vita digitale ha preso il sopravvento su quella reale.

Non solo Zuckerberg

Inutile nasconderlo: il problema non è solo la rete blu ma tutti quei gruppi e grandi organizzazioni che, in un modo o nell'altro, hanno accesso a una vasta mole di elementi sensibili degli utenti della rete. Google è quella messa meglio sotto questo punto di vista: ha un client email (Gmail), due servizi di navigazione (Maps, Waze), un browser (Chrome), una piattaforma video (YouTube), un sistema operativo mobile (Android) e due progetti, un social network (Google+) e un player musicale (Play Musica), che non possono competere con nomi più blasonati ma comunque sono lì, pronti ad arricchire la fame informativa della compagnia.

Ma esempi simili non mancano: Facebook con Whatsapp e Oculus; Microsoft con la suite Office, Bing, LinkedIn e il cloud; Apple con iTunes, iOS, macOS e piccole app sparse in giro per sistemi diversi. Insomma: la tendenza degli ultimi anni è quella di allargare le opportunità di ottenimento dei dati, per comunicare sempre più a pubblici specifici, categorizzati e messi in fila per settore.

Perché proprio Facebook

Visto che la strategia dei Big Data non è per nulla nuova ci chiediamo perché lo scandalo sia scoppiato proprio adesso e proprio su Facebook. Il portale di Zukerberg è quello che più coinvolge un utente medio, non per forza cliente di questo o quel prodotto e con un grado di cultura digitale non sempre elevato. Una delle caratteristiche del social è l'autoreferenzialità: se qualcosa che riguarda Facebook va male ci catapultiamo lì sopra per dirlo. A conti fatti, Cambridge Analytica ha aperto un vaso di Pandora che gli esperti conoscevano da tempo e che, in fondo, non cambia assolutamente le logiche dell'economia del dato

In attesa della regolamentazione

Più che la raccolta dei Big Data, che sembra francamente impossibile da evitare o eliminare totalmente, serve una regolamentazione delle informazioni ottenute dai vari soggetti attivi nei nostri confronti. Il cambio di passo si avrà da fine maggio, con l'entrata in vigore del General Data Protection Regulation, il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, che impone un cambio di paradigma sulla protezione dei dati personali dei cittadini europei.

In particolar modo, la privacy diventa un elemento strutturale di ogni compagnia e viaggia a braccetto con la sicurezza. Tutti i progetti digitali devono essere sicuri in ogni fase di attuazione, con il chiaro scopo di trattare i dati degli utenti solo per quanto necessario alle strette attività e per un periodo di tempo definito. L'obiettivo è proprio quello di evitare abusi di potere e la creazione di categorie socialmente discriminanti.

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Questo articolo è stato pubblicato il 29 aprile del 2014 e rieditato il 21 marzo 2018

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