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Braccia rubate dai Robot

Gli uomini rischiano di essere sostituiti dai robot ma si può resistere, con l'apprendimento e la specializzazione

Robot

Marco Morello

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Se state valutando di divorziare dalla routine, di riabbracciare la terra per improvvisarvi contadini, lasciate perdere. Non avreste un futuro fertile. Se coltivate tentazioni professionali nostalgiche come proiettare film al cinema o riparare orologi, meglio rinunciare finché c’è tempo. E se siete ancora giovani, se pensate che un domani diventando segretari, camerieri, postini o autisti, uno stipendio lo racimolerete comunque, vi sbagliate e parecchio. Anzi, lo stesso vale per impieghi come l’arbitro (già, la Var in campo è giusto l’antipasto del fischietto robot) o il cartografo.

È quasi certo che tanti di questi mestieri saranno automatizzati e gestiti per la maggior parte da braccia meccaniche, cervelli di chip, programmi di computer. Saranno preponderanti in settori come l’agricoltura, le costruzioni, i trasporti. Accadrà in una finestra ampia, da qui ai prossimi 15 anni, ma con ferite e ricadute nell’occupazione immediate. Il gruppo The European House–Ambrosetti stima in 3,2 milioni i lavoratori a rischio in Italia entro il 2033. Da oggi fino al 2023 saranno circa 130 mila l’anno, poi il decollo: dal 2029 in poi, quasi 290 mila ogni 12 mesi. E non è lo scenario più nefasto: un’analisi meno conservativa arriva a preconizzare oltre 4,3 milioni di posti automatizzati nel Belpaese in tre lustri. Soprattutto nell’industria manifatturiera e nel commercio.

Meglio puntare a fare il veterinario, l’insegnante o lo psicologo; promossi il parrucchiere o il truccatore, insomma qualsiasi compito richieda d’instaurare un rapporto empatico con altre persone, i loro figli o i loro animali domestici. In alternativa, si può imparare a comandare: la supervisione, per il carico di responsabilità che ne derivano, rimarrà una nostra prerogativa. Ultima ratio, farsi prete: a un androide che predica precetti sulla salvezza dell’anima, davvero non crederebbe nessuno.

Ecco l’evoluzione di lungo periodo della specie lavoro. Sulla quale concordano studi dell’Ocse e l’Università di Oxford. Qui è stato scritto il saggio Il futuro dell’impiego: come i lavori sono suscettibili alla computerizzazione?, preso come modello di riferimento per la sua appendice, in cui elenca quali mestieri finiranno sotto lo scettro delle macchine, quali sopravvivranno all’imporsi dell’intelligenza artificiale. Usando, per stilare la lista, «ovviamente un algoritmo basato sul machine learning». L’ironia la rilevava il settimanale The Economist qualche mese fa: in sostanza, le conclusioni del documento poggiano sulle sentenze di un computer, che dalla valutazione dei progressi tecnologici attuali e potenziali, si è eretto a giudice (e carnefice) delle sorti dell’occupazione umana.

«Nei lavori che richiedono un dominio specifico di competenze e molta ripetizione, potremo essere sostituiti» riassume Riccardo Zecchina, professore ordinario di fisica teorica all’università Bocconi e tra i principali esperti di machine learning. La norma, comunque, lascia spazio all’eccezione: «Esistono già direttori d’orchestra robot, ma vogliamo che sia un uomo a salire sul podio. E lo stesso vale per le sfere in cui c’è un’identificazione che prescinde dal risultato, dall’efficacia pura di una prestazione». Lampi di speranza che si allargano agli atleti, ai quali vogliamo attaccare addosso una storia di riscatto, caduta o ripartenza; al farmacista che ci rassicura, al dietologo o all’allenatore che ci spronano a credere in noi stessi, al terapista di coppia che invita a riprovarci. Che potrà mai saperne un microchip del caos dell’amore?

«In generale» continua Zecchina «tutte le professioni evolveranno, perché avranno più dati a disposizione. Prendiamo i medici: alcuni si limiteranno alle diagnosi, con l’ausilio delle macchine; altri si dedicheranno ai rapporti con i pazienti, per cui rappresentano un appiglio psicologico non rimpiazzabile». Come meno a rischio sono le sfere della creatività (architetto, fashion designer, art director), del ragionamento e della speculazione (fisico, ingegnere e scienziato politico). Sono tutti validi antidoti al disfattismo, alla mannaia dell’inevitabile. Mentre il farmaco per curare i mali dell’automazione è l’istruzione: «Anche le facoltà umanistiche» ragiona Zecchina «dovranno includere una base di matematica. Spiegando agli studenti come funziona l’apprendimento automatico. Bisogna colmare la frattura tra una scienza che procede velocissima e una nuova generazione che non deve ritrovarsi spiazzata da questa corsa in avanti».

A soccorrerla, potrebbero provvedere i computer stessi: in un recente articolo del New York Times si racconta di software capaci di individuare in automatico i candidati più adatti a un lavoro in base alle informazioni presenti sul loro profilo Linkedin. Anche per professioni per le quali non solo non si erano proposti, ma non sapevano nemmeno di essere portati: è stato il programma a valutare competenze per arruolarli.

In parallelo, resisterà una quota di mansioni tradizionali e ne nasceranno d’inedite. Nel rapporto Creazione del lavoro e sviluppo economico locale dell’Ocse pubblicato lo scorso settembre, si legge che regioni come la Lombardia, il Molise e la Basilicata sono avanti alle altre nel generare occupazioni a minor rischio d’automazione, come i docenti o i professionisti nella scienza e nell’ingegneria. Mentre il World economic forum sottolinea che, da adulto, il 65 per cento degli attuali studenti delle scuole primarie farà un lavoro che oggi ancora non esiste: sotto l’ala della tecnologia verranno battezzati mestieri come il sommelier sintetico, che orchestra e valuta il sapore dei cibi ottenuti in laboratorio; esperti di etica per veicoli autonomi, che stabiliscono i principi con cui dovranno comportarsi in strada le auto che si guidano da sole. O i criptodetective, che indagano sulle truffe commesse con valute digitali.

Un corposo elenco degli incarichi di domani l’ha stilato Rohit Talwar, autore del libro Il futuro del business. In cui teorizza come un altro nostro compito chiave sarà quello di trasformarci in «robot whisperer», in sussurratori dei robot: addetti retribuiti per insegnare alle macchine come interagire con gli umani in vari contesti sociali, per esempio in un negozio o in un ristorante. Non saremo più commessi o camerieri, ma almeno i Cyrano di chi prenderà il nostro posto.

(Twitter: @MarMorello) © riproduzione riservata

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