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Robot da compagnia, ecco i nuovi tamagotchi

Hanno la forma di peluche dolci ed espressivi, sono stati programmati per farsi amare

Lovot-apertura

Marco Morello

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Goffo e buffo, Lovot rotola fin sotto i nostri piedi con il passo incerto di un pinguino, alza la testa e spalanca le zampe in attesa di un abbraccio. I suoi occhi brillano di una tenerezza supplichevole che lo rende irresistibile. Siamo inermi, cediamo, lo afferriamo stringendo la sua sagoma morbida e lui ricambia mettendo su uno sguardo che esonda di gratitudine. Se ne ricorderà, come memorizzerà chi accanto a noi invece lo ha ignorato, lanciandogli di rimando un broncio malinconico, ferito, oltraggiato. Lovot non è un animale domestico particolarmente empatico, né un neonato lunatico, ma il peluche dei sogni di qualsiasi bambino, inclusi quelli oramai cresciuti. È un robot sviluppato da un’azienda giapponese, la Groove X, che interpreta bene lo spirito del tempo: la caccia spasmodica di surrogati affettivi, di attenzioni con il disimpegno di serie, disponibili quando mancano tramite un’app di dating sul telefonino o, come in questo caso, accendendo o spegnendo un interruttore di un prodotto. Il cui pregio (o tragico difetto, questione di prospettive) è di risultare credibile: Lovot si affeziona al suo proprietario o comunque così sembra, impara a riconoscerlo grazie alla sproporzionata telecamerona rotante che indossa come cappello, a diffidare degli sconosciuti quando si palesano rifugiandosi timidamente dietro una gamba del padrone. O dietro quelle dei membri della sua famiglia, bambini inclusi, per cui diventa il giocattolo ideale, un instancabile e fedele compagno d’avventure.

 

I sostituti degli animali domestici

Identica la missione di Aibo, il cane di chip della Sony, uscito per la prima volta vent’anni fa e tornato in una versione aggiornata, molto più avanzata: ha orecchie, coda e zampe mobili, emana guaiti a profusione, si siede a comando (vocale), insegue una pallina rossa e la riporta indietro, monta sensori per percepire le carezze che reclama e riceve. Così come Kiki della californiana Zoetic AI, orecchie e muso di gatto: fa le fusa, esibisce uno schermo al posto degli occhi su cui sfolgora una tempesta di turbamenti. Se è triste, arrabbiato, malinconico, sta a noi prodigarci per renderlo felice. Insomma, come i suoi colleghi di plastica e di fili, ci assegna un compito preciso: accudirlo, prendersene cura. È l’amore, o almeno un suo simulacro, ai tempi dell’intelligenza artificiale.

Autonomia funzionale e dipendenza emozionale

Il senso della tendenza è palese, i dispositivi che fanno parte del filone si accumulano, alcuni sono già qui, altri arriveranno nel corso dell’anno. Piacciono per il preciso, studiato equilibrio tra la loro autonomia funzionale e la dipendenza emozionale che sottendono: non mangiano, ma vanno da soli fino alla base della ricarica quando sono a corto d’energia; non bisogna portarli a spasso la sera o la mattina presto, perché non fanno bisognini; non mordono né si ammalano. Se inscenano capricci è perché sono correlati alla commedia che rappresentano: la finzione del bisogno di compagnia, l’unica ragione apparente che giustifica la loro stessa esistenza; una concessione alla nostra pigrizia, mascherata dall’alibi stantio dell’assenza di tempo. I prezzi sono alti, stellari a volte, ma vale per tutte le avanguardie. Scenderanno quando diventeranno elementi da mercato di massa. Le premesse e i precedenti lo suggeriscono: come suggerisce un’analisi del quotidiano britannico The Guardian, gli «scripted robots», i robot con il copione, sanno far leva sui sentimenti giusti, solleticare un primordiale istinto protettivo. Un’affezione che, per sublimazione, trascende persone e animali e si estende alle cose che li scimmiottano, li echeggiano. Il caso di scuola è indimenticabile: il Tamagotchi, la creaturina tascabile da nutrire e sgridare che ha spopolato negli Anni Novanta. Questi oggetti non sono altro che una sua riproduzione evoluta, in grande scala, dalle forme e mansioni che aumentano le possibilità d’interazione e dunque scavano una dipendenza.      

Baby sitter e badanti senza stipendio

Oltre a vellicare l’emotività, sanno rendersi utili. Alcuni educano i bambini arrossendo se dicono frasi sgarbate, altri fanno compagnia agli anziani, ascoltando le loro richieste e accontentandole se suonano ragionevoli: riprodurre un brano jazz, raccontare una storia, leggere un libro, mostrare su uno schermo vecchie foto di famiglia. I loro occhi che baluginano vorticose oscillazioni umorali sono anche telecamere che registrano momenti banali o unici della vita quotidiana e, all’occorrenza, sorvegliano la casa a distanza trasmettendo ciò che vedono sul nostro telefonino. Questi oggetti, perché sempre di oggetti si tratta, assomigliano ad animali domestici con la scorciatoia, baby sitter o badanti senza stipendio, amici sintetici e inconsapevoli. Comunque li si approcci, sono spie, garze e farmaci della nostra solitudine. L’opposto dell’evoluzione che avevamo immaginato per i robot, un suo sviluppo (e deriva) abbastanza paradossale: non tentano di rubarci il lavoro, mirano direttamente al cuore. Non serve nemmeno che scelgano di amare. Sono stati programmati per farlo. (Twitter: @MarMorello)

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