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Perché la nuova ePrivacy non piace ai colossi tecnologici

Per l'industria hi-tech la norma che affiancherà il GDPR è troppo restrittiva. La replica dell'Europa: "timori infondati"

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Roberto Catania

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Una legge troppo restrittiva che rischia di bloccare l’innovazione. Così la Camera di commercio statunitense ha bollato il nuovo regolamento europeo sulla privacy.

Non si tratta, è bene precisarlo di una critica diretta al nuovo GDPR, il regolamento che dallo scorso 25 maggio è diventato il riferimento normativo per tutti i dati trattati in Europa, bensì al regolamento ePrivacy che dalla fine dell’anno o – più probabilmente da inizio 2019 – dovrebbe affiancare proprio il GDPR nella definizione dei diritti e dei doveri in materia di protezione dei dati digitali.

Se il consenso diventa un ostacolo

Il problema starebbe soprattutto nelle eccessive richieste di consenso per le attività data-driven, sottolinea l’ente americano, che cita a titolo di esempio le conseguenze che la nuova legislazione potrebbe portare in dote nel settore automobilistico. "Le auto di nuova generazione integrano sistemi evoluti che migliorano la sicurezza e l’esperienza di guida basati su software di terze parti che oggi si aggiornano automaticamente; intervenendo sul consenso, questo non sarà più possiobile, e ciò metterà a rischio il funzionamente stesso di queste soluzioni".

Lo stesso potrebbe accadere in ambito manufatturiero: "le continue richiesta di consenso da parte dell'utente finale nella comunicazione machine-to-machine (M2M) interrompono il lavoro e minacciano la sicurezza", avverte la Camera di commercio.

Cosa dice il regolamento ePrivacy

Il regolamento ePrivacy, presentato in bozza in Commissione Europea nel 2017 e ora al vaglio del Consiglio dell’Unione Europea, viene definito come un Regolamento relativo al rispetto della vita privata e alla tutela dei dati personali nelle comunicazioni elettroniche. Si tratta in buona sostanza della norma che andebbe sostituire la Direttiva 2002/58/CE, estendendo la disciplina sui dati personali ai trattamenti legati allo scambio di e-mail e messaggi online, e dunque anche ai vari servizi Web di diffusione di massa (WhatsApp, Facebook Messenger, Skype).

Uno dei punti chiave del nuovo regolamento riguarda le modalità di acquisizione e gestione dei cookie. La norma stabilisce che “la prosecuzione della navigazione mediante accesso ad altra area del sito o selezione di un elemento dello stesso (ad esempio, di un’immagine o di un link) comporta la prestazione del consenso all’uso dei cookie“.

Mezzo miliardo di euro di profitti a rischio

Proprio su questo aspetto sembrano concentrarsi i timori dei colossi del mondo tecnologico. Che parlano senza mezzi termini di "oscurantismo di Internet", "fine dell’indipendenza dei media e della crescita digitale”. Argomentazioni che nascondono in realtà preoccupazioni di natura più venale.

Developers Alliance, l’associazione che rappresenta i principali sviluppatori di applicazioni (fra cui Facebook, Google, Intel), ha dichiarato che il nuovo regolamento potrebbe costare alle aziende che operano in Europa più di 550 miliardi di euro in perdite di fatturato annuale.

Un’altra firma importante del trade tecnologico, DigitalEurope, un altro gruppo di di advocacy del mondo tecnologico, parla esplicitamente di "approccio proibitivo della legislazione che pregiudica gravemente lo sviluppo dell'economia digitale europea".

La replica dell'Europa

Per le istituzioni europee si tratta di timori infondati, o quantomeno esagerati. Jan Philipp Albrecht, uno dei membri del Parlamento europeo che ha guidato l’iter di approvazione del GDPR, stigmatizza l’atteggiamento delle lobby tecnologiche “irragionevoli e scarsamente fondate". Del resto, arguiscono i padri fondatori della legge, lo stesso tipo di opposizione venne fatta a suo tempo anche per il GDPR.

Una cosa è certa. A prescindere dagli sviluppi legislativi, il braccio di ferro fra le istituzioni europee e il mondo delle tech company è destinato a continuare ancora per molto tempo. E se le parti sembrano per il momento arroccate su posizioni molto rigide, è anche vero che un punto d'incontro prima o poi va trovato. Un passo indietro da uno degli attori (o da ambo le parti) potrebbe accelerare il cambiamento.

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