Perché Uber vuole farci usare le biciclette (elettriche)

Il Ceo Dara Khosrowshahi ha in mente un modello di trasporto integrato con cicli e scooter elettrici e i mezzi pubblici per il centro. Auto e driver solo per percorrenze più lunghe

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– Credits: iStock/mathisworks

Luigi Gavazzi

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Per Dara Khosrowshahi, Ceo di Uber, ottenere di nuovo il permesso di esercitare a Londra — nel giugno di quest’anno, dopo nove mesi di revoca — è stato certamente il successo finora più vistoso della gestione alla guida dell’azienda.

Ma, come spiega in un’intervista al Financial Times del 27 agosto, le sue ambizioni e la sua visione per il futuro di Uber— e in fondo per la mobilità urbana — sono ben più complesse.

Il punto decisivo di queste idee riguarda la necessità di pensare al trasporto nelle città in maniera più razionale e modulare anche se questo dovesse comportare una riduzione della capacità immediata di fare profitti per Uber.

Per la verità, Uber di profitti non ne ha mai fatti. Lo scorso anno ha registrato una perdita di 4,5 miliardi di dollari e il pensiero “strategico” di Khosrowshahi annuncia altri anni di rinvio per la “profittabilità”.

Khosrowshahi ha sostituito il chiacchierato Travis Kalanick, uno dei fondatori, travolto dalla serie di guai che ha infiltrato l’azienda: dalle accuse di sessismo, alla generale cultura “tossica” interna, fino alla incapacità di garantire l’affidabilità di una parte dei driver delle auto. Fatto quest’ultimo che costò la licenza di esercitare a Londra. (Per la precisione: la decisione del Transport for London — Tfl — arrivò quando già il manager di origini iraniane aveva soppiantato Kalanick).

Khosrowshahi ha in mente un modello di trasporto che nel centro delle città e per le percorrenze brevi prevede l’uso di biciclette con la pedalata assistita, gli scooter elettrici e l’integrazione con il trasporto pubblico, oltre che con le auto e i driver, per i percorsi più lunghi.

La sfida, in sostanza, è fare in modo che l’utente/cliente gestisca tutta la sua mobilità urbana dalla stessa app — di Uber ovviamente.

Nell’immediato questo rischia però di avere un’impatto negativo sui redditi dei driver: meno corse, meno soldi. Ma nel lungo periodo i driver finirebbero, dice Khosrowshahi, con l’avere i vantaggi di passaggi più lunghi — quindi incassi più elevati — e strade del centro meno congestionate — quindi viaggi più veloci.

Questa trasformazione del modello Uber di mobilità urbana potrebbe anche significare che gli investitori potenziali nelle azioni dell’azienda, quando andrà in borsa — probabilmente nel 2019 — dovranno essere convinti che la strategia di Khosrowshahi sia talmente buona da giustificare un ulteriore rinvio del tempo dei profitti.

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