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Io, Robotto. Com'è la mostra dedicata alla storia degli automi

Viaggio nell’esibizione aperta fino a gennaio a Milano, che ospita 115 iconiche e bizzarre creature di chip

Robot-apertura

Marco Morello

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Il tuffo al cuore arriva alla prima curva, un attimo dopo il controllo biglietti. Chiuso in una teca ecco Emiglio, oggetto del desiderio di una generazione di ragazzi cresciuti a inizio Anni Novanta. Non c’è il tempo di abbandonarsi alla nostalgia, perché interviene una targa alla parete per svelare quello che non avevamo immaginato: oltre a coincidere con una storpiatura amichevole di un nome comune, Emiglio è pure l’abbreviazione di «Electronic Mechanical Industrial Generated for Logical Infiltration and Observation». E se in età prepuberale difficilmente ne avremmo apprezzato la professorale profondità, leggerne oggi l’acronimo non spezza la magia, ma ne raddoppia l’incanto. Succede anche questo a «Io, Robotto», la vasta e ben documentata mostra in programma alla Fabbrica del Vapore di Milano fino al prossimo 19 gennaio.

 

Il passato del futuro

Più che di un percorso, si tratta di un salto nel passato verso vari tentativi immaginati di futuro. Non avvolti nell’invisibile chimera dell’intelligenza artificiale, ma visibili in una sfilata di oggetti che emozionano, vanno a pungolare ricordi addormentati, semplicemente stupiscono mentre informano. Con puntualità e puntiglio, perché non c’è la classica audioguida, né una app da scaricare che si attiva e blatera dettagli in prossimità delle opere come avviene nei musei all’avanguardia, ma qualcosa di parecchio sperimentale, eppure coerente e riuscito: la guida è Alexa, l’assistente vocale di Amazon. Il robot tuttofare, ma ridotto a una voce. Che anziché eseguire ordini basici, ha accesso a un enorme patrimonio immateriale. Basta interrogarla indicando il numero posto accanto a ogni robot, oppure chiederle di spiegare la stanza in cui ci si trova, e lei con la consueta solerzia dice tutto. Ma anche i cartelli alle pareti, scritti in maniera eccellente, sono un ottimo ausilio se si preferiscono dinamiche analogiche.

Da Furby ad Aibo

A partire dal primo, che introduce lo spirito della mostra e ne riassume il significato: «I robot fanno parte della storia dell’uomo, che da sempre ha cercato di piegare la materia a sua immagine e somiglianza. Anticipando la realtà con l’immaginazione». Slanci di divinità. Tentativi ed errori, che l’esibizione riepiloga e scava in 115 variazioni sul tema e 17 aree tematiche distribuite su uno spazio di 1.500 metri quadri. C’è Furby, l’irrequieta palla di pelo con gli occhioni ipercinetici che ha persino saputo coniare il suo linguaggio, ci sono icone dell’animazione d’Oriente come Doraemon e Hello Kitty oppure altre create da zero e consacrate a miti quale Aibo della Sony, per antonomasia il cane robot che in realtà tale non sarebbe, anzi «non è volutamente categorizzabile tra gli animali conosciuti per piacere a tutti senza preferenze di razza e colori» come puntualmente informa un altro cartello lungo il percorso.

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L'esterno della mostra alla Fabbrica del Vapore di MIlano – Credits: Marco Morello

Cartoni animati e guerre stellari

Ci sono automi prese dalle saghe di Star Wars, in taglia minuta e gigante, c’è il dolcissimo Wall-E dell’universo della Pixar e poi naturalmente una vasta galassia di androidi e creature antropomorfe, che non solo scimmiottano la morfologia dell’uomo, ma ne riproducono persino le fattezze, scomodando personaggi storici quali Albert Einstein. Si lambisce uno spettro che oscilla tra il serio e il faceto, tra il tributo ossequioso e l’intrattenimento puro: vedi i RobotTIM con i loghi della compagnia telefonica sul dorso, che accanto alla biglietteria, a orari stabiliti, ancheggiano e si agitano all’unisono. «Il robot, che imita fattezze e gestualità umane, intrattiene e diverte, canta, balla e comunica, celebra non solo la tecnologia, quanto la centralità dell’uomo e la potenza delle idee. Evocativa e ispiratrice per grandi e bambini, la mostra spazia in maniera trasversale sulle infinite discipline coinvolte per offrire un’esperienza dalle tante chiavi di lettura» spiega il curatore Massimo Triulzi.

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Il robot Nao in mostra accanto all'Uomo vitruviano – Credits: Courtesy of VHK

Il fascino dell’immobile

Non c’è dettaglio che sia stato lasciato al caso. Inclusa l’illuminazione curata da Signify, l’ex Philips Lighting, che come in un’installazione a sé stante valorizza ogni contenuto. Fino a scandire e punteggiare il piano inferiore di un arcobaleno di policromie brillanti, capaci di accendere con un gioco d’ombre l’atmosfera onirica del luogo. La mostra si snoda al piano superiore, a quello inferiore alcuni robot si possono accendere, mettere alla prova, telecomandare. Ma alla fine, paradossalmente, il loro fascino vive meglio da sotto le teche, da fermi, inerti, a riposo. È guardandoli così, a distanza ravvicinata, che se ne cattura l’unicità estetica, la bellezza slegata dalla funzione. L’incanto senza l’incantesimo.

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