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Usa vs Cina: la guerra delle Intelligenze Artificiali è appena cominciata

Dietro il veto a Huawei, ZTE e Kaspersky si nasconde una strategia che mira a costruire una tecnologia nazionalista con cui governare il mondo

space invaders usa

Antonino Caffo

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C’è molto di più che solo commercio dietro i divieti che Donald Trump sta regalando a iosa alle multinazionali tech cinesi. Prima ZTE, poi Huawei, il tycoon con la pretesa di difendere l’incolumità digitale dei suoi cittadini ha recintato l’America, che si sta trasformando in un paese nazionalista dal punto di vista delle tecnologie offerte ai consumatori.

L’incipit dei virus

Tutto era cominciato mesi fa, con il ban ai software antivirus di Kaspersky Lab, azienda russa, accusata di sfruttare i software venduti a pubbliche amministrazioniper spiare computer e telefonini, alla ricerca di informazioni utili da restituire a Putin e alle strategie anti-occidentali del burattinaio moscovita. Il quadro è chiaro: gli Usa sono oramai ben avviati verso una politica di restrizione di tutto ciò che proviene dall’estero, sopratutto se interessa oggetti connessi, cioè in grado di ricevere e inviare dati.

La via americana

Per proteggere le comunicazioni interne, Washington vuole creare un mercato statalizzato, dove dispositivi e infrastrutture devono difendersi da intercettazioni estere ma con il dubbio che tale difesa voglia dire monitoraggio perpetuo e continuo, una realizzazione in toto del Grande Fratello di Orwell.

Più che profezie

Secondo gli analisti e politologi, la distanza che gli States stanno mettendo tra loro e la Cina guarda a un futuro sempre più dominato dall’intelligenza artificiale. Ed è su questo campo che si giocherà la guerra del domani, proprio tra i due mondi. Non è un caso se Trump si sia rifiutato di discutere con le Nazioni Unite gli eventuali sviluppi della AI nel settore militare e se molti critici della via repubblicana, come Elon Musk, da anni tentano di avvertire la comunità di esperti circa il rischio di un armamento intelligente che sta già diventando la base per le potenze belliche internazionali.

Il difficile rapporto con le multinazionali

E non è nemmeno una casualità se il Dipartimento della Difesa Usa se l’è presa così tanto per il diniego di Google nel proseguire la partnership per lo sviluppo di Project Maven, un’iniziativa che mira a usare l’AI per operazioni di monitoraggio e abbattimento di droni nemici. Uno stop che fa rallentare, e di parecchio, le attività dell’esercito, che ha formalmente chiesto a Big G di non condividere gli algoritmi di Maven con la Cina, mettendo ancora in mezzo Huawei.

Guerra di algoritmi

Insomma, è evidente che qui non si tratti solo di bloccare la vendita di smartphone o soluzioni antivirus. Con il crescere esponenziale della potenza computazionale a bordo dei gingilli hi-tech, aumenta pure la paura che i produttori, mossi dai rispettivi governi nazionali, sfruttino i loro prodotti per semplificare l’ottenimento di dati che non per forza hanno lo scopo di portare vantaggi militari o meglio, cyber-militari, ma anche commerciali.

Pensiamo al caso Facebook-Huawei/Lenovo/Oppo, con il quale abbiamo scoperto che un accordo tra le parti ha permesso alle compagnie di accedere alle informazioni degli iscritti al social network, così da offrire servizi personalizzati e, teoricamente, offerte e banner peculiari. Se nel calderone buttiamo anche la propaganda elettorale, beh allora proprio non possiamo parlare di mere questioni di mercato, c’è molto di più.

La cinese

In Cina, il governo ha un approccio diverso, ma ugualmente nazionalista: le persone vivono in uno stato di sorveglianza quasi totale. Gli algoritmi determinano chi può utilizzare il trasporto pubblico o acquistare beni, tramite il cosiddetto social credit, un assegnato ad ognuno in base alla fedina penale, commenti sul web, pagamenti di tasse e bollette.

Le telecamere di riconoscimento facciale sono utilizzate in tutte le città della nazione e, notizia recente, anche nelle scuole, seppur con la spiegazione di voler accrescere il livello di attenzione dei ragazzi. La Cina, come gli Stati Uniti, non mostra alcun interesse apparente verso lo sviluppo di politiche di AI globali, proseguendo sulla propria strada di arricchimento e sviluppo conoscitivo ristretto.

Scommessa continua

Ma, a differenza degli States, le più forti aziende al mondo attive nel settore dell’Intelligenza Artificiale sono cinesi e collaborative col governo di Pechino. La Cina dedica somme ingenti, ogni anno, alla ricerca AI e incoraggia tutte i soggetti attivi in tale ambito a contribuire nell’aumento di una banca dati nazionale, che funga da contenitore per algoritmi di machine learning, deep learning e robotica.

Secondo gli esperti, oggi circa le metà dei documenti e brevetti sottoposti alle più famose conferenze AI al mondo provengono dalla Cina; nel 2018 eravamo Al 5%, a testimonianza di quanto sia cresciuto il ruolo del paese nel campo. E come se non bastasse, nel 2017 la Cina ha finanziato il 48% di tutti i principali progetti di intelligenza artificiale a livello globale. Un simile sforzo avviene solo se hai interesse nel portare a casa risultati che ti pongono in vantaggio con stati non proprio amici, quasi tutti quelli dell’occidente.

Duopolio dicotomico

Stati Uniti e Cina formano già un duopolio che costringerà gli altri a scegliere da quale lato stare, in una battaglia di cui ora non scorgiamo che un flebile contorno ma che presto diverrà più determinante di quanto immaginiamo.

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