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Perché Trump vuole nazionalizzare il 5G

La proposta di una rete statale è assai lontana da un’effettiva realizzazione ma nasconde un problema da risolvere: la sicurezza cyber

5G smart city

Antonino Caffo

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Tra le tante e discusse idee avanzate da Donald Trump, quella di nazionalizzare il 5G è la meno sconvolgente, almeno dal punto di vista comunicativo. Anzi, in un periodo di forti timori di interferenze nella politica statunitense da parte dei nemici stranieri, la proposta di chiudere le porte del web a stelle e strisce potrebbe anche avere il suo seguito e non solo dalla sponda repubblicana.

Di cosa si tratta

L’idea del tycoon sarebbe questa: creare un’infrastruttura 5G che sia direttamente sotto il controllo del governo, così da analizzare per bene le telecomunicazioni in ingresso e in uscita dal paese, sia basate su protocolli telefonici che di rete. Farlo sull’attuale standard non avrebbe senso quando nei prossimi anni sarà proprio il 5G a comandare tutto il traffico wireless, che si tratti di una chat crittografata o di una chiamata vocale classica ma in alta qualità.

Surreale e respinta

Non ci sono note della Casa Bianca in merito dell’avanzamento di una mozione del genere perché pare che il particolare disegno del presidente non sia mai giunto sul tavolo del Consiglio nazionale di sicurezza, il cosiddetto NSC. Anche in assenza di mosse ufficiali però c’è la sensazione che il 5G di Stato non andrà in porto, non senza il beneplacito della Federal Communications Commission.

Ebbene si, proprio all’organo che ha sancito la fine della neutralità della rete negli Stati Uniti (anche se potrebbero esserci delle sorprese) spetta l’ultima parola, trovandosi in una posizione dominante quando si tratta di legiferare sulle norme che regolano le telecomunicazioni negli States.

Il parere della FCC

Ajit Pai, uomo di fiducia spinto da Trump sulla poltrona della FCC, si è opposto alla possibilità di una rete governativa, così come tutti e cinque i componenti della commissione, inclusi i tre repubblicani. Il portavoce della Casa Bianca smorza le critiche, parlando di un progetto vecchio e datato ma è evidente che se il focus è il prossimo standard non si va poi così indietro nelle agende dei politici. Il 5G manipolato da Washington è morto prima ancora di essere messo al vaglio di Camera e Senato? È probabile ma ciò non elimina un problema esistente che va affrontato in fretta: la sicurezza cyber.

Combattere con la difesa

Stando alle note ottenute dal sito Axios circa la nazionalizzazione del 5G, l’idea avrebbe ottenuto la spinta finale dopo alcuni report sullo spionaggio cinese ai danni degli smartphone degli americani. Difficile dire dove finiscano le paranoie dell’intelligence USA (che nel passato è andata ben oltre i limiti della decenza investigativa) e cominci la realtà, sta di fatto che il piano di escludere chiunque sia etichettato come probabile spia e nemico va avanti.

Huawei con il suo Mate 10 Pro e i software antivirus forniti agli uffici pubblici da Kaspersky sono due casi emblematici che hanno già fatto storia. Del resto Mike Pompeo, direttore della CIA, lo ha affermato di recente: il cybercrime cinese è la minaccia da affrontare nei prossimi mesi.

Il nemico ci spia

Che le mire di Pechino puntino ai segreti conservati sui computer e dispositivi personali di dipendenti e compagnie statunitensi non è un mistero. Negli anni abbiamo imparato a conoscere il Great Firewall cinese, gli hacker della sezione militare APT1 e le unità specializzate di Shangai. Le principali operazioni di violazione su larga scala, partite dall’Oriente, viaggiano quasi tutte verso server e strutture ospitate in America. Molte sono il risultato di attività di gruppi indipendenti, che vogliono ottenere soldi facili, tramite ricatti e pagamenti via bitcoin, altre invece vengono supportate dai singoli stati, che mettono a disposizione tecnologie all’avanguardia nemmeno lontanamente immaginate dall’Occidente.

Scegliere un’altra strada è possibile

Trump ha ragione quando dice di voler controllare meglio le autostrade telematiche che interessano la rete degli Stati Uniti ma creare una nuova Cina non è forse il modo migliore per assicurare le informazioni di milioni di profili connessi, privati o pubblici che siano.

Il 5G apre a una serie di opportunità praticamente senza limiti, vista la possibilità di far comunicare oggetti in maniera semplice e veloce, integrando nelle vite di ognuno soluzioni innovative finalizzate non solo al puro divertimento ma anche all’incremento dei servizi ai cittadini, alla mobilità urbana alla gestione intelligente del benessere fisico.

C’è un problema evidente: il 5G nasce per allargare il raggio di azione della connettività mentre qui si parla di limitarne l’accesso, ingabbiarne la diffusione con pretese di libertà.

5G come opportunità

Bene lo ha spiegato Jessica Rosenworcel, uno dei cinque commissari della FCC: “Aumentare il livello di sicurezza digitale è necessario ma stiamo perdendo l’obiettivo; il 5G è un’occasione per studiare con gli esperti nuovi metodi di protezione in un’ottica diversa, democratica e trasparente”. Sulla stessa falsariga è Brendan Carr, altro componente dell’organo federale: “La corsa al 5G si vince rinnovando le infrastrutture e permettendo al settore privato di investire e sperimentare, mentre il governo se ne sta in disparte”.

Insomma, la nazionalizzazione del network non sembra proprio una via percorribile, non quanto gli spunti che potranno arrivare nei prossimi mesi, a seguito dei primi test sulla rete veloce e rivoluzionaria, attesi anche in Europa.

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