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TripAdvisor, chi vende recensioni false in Italia rischia la prigione

Un truffatore è stato appena condannato a 9 mesi di carcere. Un precedente storico che può limitare i finti giudizi on line

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Marco Morello

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Nove mesi di carcere senza il beneficio della sospensione condizionale più una multa di 8 mila euro. È la condanna appena pronunciata dal tribunale di Lecce contro un truffatore seriale che guadagnava vendendo finte recensioni su TripAdvisor, il cui scopo era mettere in buona luce le strutture che lo pagavano per orchestrare questa pubblicità ingannevole digitale.

Un precedente di peso

Si tratta di una sentenza molto significativa, un precedente che chiude uno dei primi casi giudiziari di questo tipo in Italia, punendo chi scrive giudizi non veritieri sotto falso nome. Chi, su commissione e dietro pagamento, inganna chiunque decida se prenotare un albergo o meno, andare a mangiare in un ristorante oppure no, sulla base di quella che dovrebbe essere l’opinione genuina di altri utenti come lui. Una buona fede, per quanto severa e criticona. A essere distorto è il meccanismo di contenuti autentici generati dal basso su cui poggiano TripAdvisor e altri servizi analoghi.

Le premesse della vicenda

Come TripAdvisor stessa non nasconde, on line capita di imbattersi in siti e organizzazioni che promettono pacchetti di recensioni positive a prezzi modici. Pochi euro a commento, fatti ad arte: da vari dispositivi e identità plurime, in modo che non sia possibile rintracciare l’autore delle lusinghe e ricondurlo in alcun modo alla struttura committente, all’albergatore o al ristoratore ansioso di benevolenza artificiale. Tanti truffatori, però, incassano il denaro e poi spariscono senza pubblicare nulla, sicuri di non essere denunciati. Quale esercente direbbe alla polizia postale di avere pagato qualcuno per magnificarsi on line?

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– Credits: iStock. by Getty Images

La quantità fa la differenza

Contro chi va avanti, chi effettivamente posta grappoli di recensioni finte con corredo generoso di pallini, TripAdvisor ha messo in campo un sistema tecnologico evoluto per rintracciarli. Un cervellone incrocia indirizzi ip, browser utilizzati, risoluzioni degli schermi e altri meccanismi che il colosso del web preferisce per prudenza non rivelare, per andare oltre la patina di eserciti di username e password generati ad hoc per ingannare gli utenti del suo sito. Solo nel caso esaminato, denunciato e infine condannato dal tribunale di Lecce, i tentativi di invio di giudizi artefatti erano stati circa mille. Per quanto si possa giostrare tra smartphone, tablet e pc di più persone su Wi-Fi, reti mobile e dintorni, è pressoché impossibile non ripetersi e non essere beccati. E così è stato.

Un monito contro i tentativi d'imitazione

La sentenza dimostra che questi non sono reati leggeri, di serie B, per cui in un modo o nell’altro si riesce a farla franca: «Le recensioni online rivestono un ruolo fondamentale nel turismo e nelle decisioni di acquisto dei consumatori, perciò è importante che tutti seguano le regole» commenta Pascal Lamy, Chairman del World Committee on Tourism Ethics, il comitato etico in seno all’Organizzazione mondiale del turismo. Perciò ha senso che chi sbaglia paghi. Un giudice di Lecce ha tradotto l’auspicio in sentenza.

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