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Riforma del Copyright, a che punto siamo

Raggiunto un accordo di massima tra i paesi membri: Wikipedia è salva, così come le startup, mentre non è chiara l'applicazione alle anteprime

copyright italia maggio 2019

Antonino Caffo

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L’Europa da una parte, i giganti del web dall’altra. Dopo mesi, anni se si considera da quando se ne parla, la riforma del copyright per i paesi dell’Unione Europea è molto vicina. Raggiunto un accordo di massima tra i membri, la modifica ora deve passare per la plenaria del Parlamento per poi entrare in vigore. Ce la farà prima della fine della legislatura (fine marzo) e prima che il grosso dei lavori si concentri sulle elezioni di maggio? Difficile ma non impossibile.

Cosa cambia

Vale però la pena fare un passo indietro e capire in cosa consiste davvero questa benedetta riforma. La riforma della direttiva sui diritti d'autore nell’Unione Europea, creata nel 2001, è stata particolarmente fumosa sin dal 2014. Il motivo? Il crescente ruolo svolto dai media digitali, dai creatori di contenuti e dalle nuove piattaforme di intrattenimento, hanno reso la legislazione vecchia ben prima che venisse metabolizzata da tutti.

Le regole obsolete del copyright hanno lasciato molti, tra cui registi, sceneggiatori, musicisti, compositori e giornalisti, in balia di un consumo mordi e fuggi, privo delle dovute rassicurazioni nel merito di come il proprio lavoro potesse generare un profitto equamente riconosciuto, a protezione però della libera circolazione del sapere.

Iter burrascoso

Senza ripercorrere le varie modifiche apportate a bozze su bozze dagli stati membri, con le più recenti rigettate persino dall’Italia, il 13 febbraio, il Parlamento europeo ha adottato una posizione rivista e finalmente condivisa, aggiungendo salvaguardie per proteggere le piccole imprese tecnologiche e la libertà di espressione. Con 438 voti favorevoli a 226 contrari (39 le astensioni),  la Commissione ha chiuso i lavori dando l’ok definitivo al voto in Parlamento, atteso tra il 18 e il 20 febbraio, prima di un ultimo passaggio all’assemblea dei paesi partecipanti a metà marzo, ovvero a pochissimo dalla fine dell’attuale legislatura continentale.

Un aspetto chiave della posizione del Parlamento riguarda i professionisti che lavorano nei settori della televisione e del cinema, con il mantenimento nell'Articolo 14 del capitolo 3, che riconosce il contributo degli autori e degli artisti alla produzione finale. Con tale mossa, l’organo intende rafforzare gli eventuali diritti negoziali dei soggetti, consentendo di "reclamare" una remunerazione aggiuntiva a chi sfrutta i loro diritti se il contributo inizialmente concordato è "sproporzionatamente" minore rispetto ai benefici derivati.

Cause di infrazione

Altro passaggio fondamentale include la volontà di rendere le piattaforme e gli aggregatori online responsabili delle violazioni dei diritti su di essi apportati, compresi i cosiddetti "frammenti" o anteprime delle notizie, rilanciate dai colossi del web, in cui viene visualizzata solo una piccola parte del testo (leggi Google News). Si tratta di una sezione del famigerato Articolo 11, secondo cui si potranno continuare a condividere i frammenti ma in maniera sintetica. Cosa vuol dire? Non è chiaro ma sta di fatto che se un editore lo riterrà opportuno, potrà citare in giudizio il detentore del servizio (dunque anche Google), costringendolo a stipulare un accordo biennale per sfruttare i contenuti ripresi.

Esente da questa modifica sono quelle piattaforme che utilizzano parti di testo pubblicate altrove in riferimento a singole parole, per definirle meglio. Questo è il caso di Wikipedia, che potrà continuare ad essere mostrata nei risultati di ricerca a partire e con collegamenti ipertestuali che vanno più a fondo in un contenuto. Wikipedia è stata una delle aziende che più si è opposta alla nuova direttiva sul copyright e, di fatto, l’unica che ne è uscita vincitrice.

Cosa fanno i big?

In base a tutto ciò, Google, Facebook e altre grandi piattaforme digitali dovrebbero stipulare accordi di licenza con titolari di diritti sui contenuti per utilizzare il loro lavoro online. Dovrebbero inoltre monitorare il contenuto che viene caricato sui loro siti e prevenire le violazioni da parte di terzi, che postano sulle relative piattaforme, come sentenziato da un altro spauracchio, l’Articolo 13. Per questo, Google ha più volte affermato che in caso di via libera, potrebbe rimuovere la sezione News dai mercati interessati, spingendo anche i social network a prendere una forte posizione in merito.

C’è da dire che la UE ci è andata piano anche in questo caso, escludendo dal monitoraggio pedissequo, col rischio di pesanti mule se non correttamente svolto e messo in pratica, le cosiddette startup e piccole imprese, con un fatturato inferiore ai 10 milioni di euro e utenti medi mensili di 5 milioni.

In quel caso, a rispondere non sarebbero solo loro, ma anche qui la normativa langue: i controllori se la prenderanno solo con gli utenti che violano la legge? In che modo? Risalendo come ai responsabili in caso di utilizzo di servizi di anonimizzazione (pensiamo a Tor)? Domande a cui non vi è attualmente una risposta precisa e che invece dovremmo avere, in previsione di quanto accadrà nel corso dei mesi.

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