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Perché il Parlamento europeo frena la riforma del copyright

Vincono le pressioni di Google e Facebook: l'assemblea di Strasburgo rinvia a settembre l'esame della direttiva, che però rischia di sparire

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Luigi Gavazzi

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Giovedì 5 luglio, il Parlamento europeo a Strasburgo ha bocciato (con 318 no e 278 sì e 31 astensioni) l'inizio della discussione sulla direttiva relativa al "digital single market" che contiene le norme per la riforma del copyright.

Cosa succederà ora

L'esame è rimandato a settembre 2018. I tempi però sono ristretti. Dopo l'esame del Parlamento di Strasburgo il testo della direttiva dovrà essere negoziato (ed emendato se necessario) oltre che dal Parlamento anche dalla Commissione e dal Consiglio Ue. Ma in maggio 2019 ci saranno le nuove elezioni del Parlamento europeo.

Hanno votato contro oltre che i gruppi parlamentari populisti, anche esponenti dei gruppi sulla carta favorevoli, come i socialisti e, soprattutto, quelli del Partito popolare europeo che ha concesso ben 90 franchi tiratori, decisivi per la bocciatura.

Fra gli europarlamentari italiani, schierati contro ci sono la Lega e Il M5S. Il Pd ha votato un po' da una parte e un po' dall'altra, mentre Forza Italia ha votato compatta a favore della discussione della direttiva.

Cos'è la direttiva sul copyright

Le norme più controverse della direttiva "digital single market" riguardano la riforma del copyright.  Nella nuova versione la normativa su copyright dovrebbe imporre alle grandi aziende del web (Facebook, Google ecc.) di riconoscere un giusto compenso a chi produce i contenuti e agli editori quando questi giganti del web realizzano profitti - con la pubblicità e la raccolta e l'uso dei dati di navigazione e personali - usando i contenuti realizzati e commercializzati da altri.

Le pressioni delle multinazionali

A Facebook e compagni ovviamente la riforma del copyright non piace e in questi mesi hanno esercitato grosse pressioni attraverso potenti lobby sui singoli parlamentari per contrastare la riforma. Alcuni parlamentari hanno parlato apertamente di "intimidazione".
Meno comprensibile è stata invece la scelta di Wikipedia di protestare, oscurandosi

Slogan

Salvini e DiMaio esultano, nel nome di un generico "no al bavaglio della rete".

Andrus Ansip, vicepresidente della Commissione europea ha detto: "Finiamola con gli slogan delle lobby e cominciamo a cercare soluzioni".

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