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Come lavora la Internet Research Agency di San Pietroburgo

Alla scoperta delle attività della fabbrica delle fake news che ha interferito con le elezioni Usa del 2016

internet research agency

Antonino Caffo

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Che l’IRA avesse svolto un ruolo decisivo all’interno del Russiagate era ben chiaro. Ma l’ufficialità del coinvolgimento della Internet Research Agency è arrivata solo con le recenti dichiarazioni del procuratore speciale Robert Mueller, che ha confermato l’incriminazione, per evidenti connessioni nell’intrigata vicenda politica, di tre società e tredici cittadini russi. Dodici di questi erano dipendenti dell’Agenzia che si trova al numero 55 di Savushkina Street a San Pietroburgo, una sede che, secondo l’Intelligence americana, si può definire il palazzo dei troll.

Cos’è la Internet Research Agency

Conosciuta come IRA, è stata fondata nel 2013 e ha lavorato, senza sosta, fino alle elezioni presidenziali statunitensi. Le indagini congiunte di FBI e CIA la collegano all’operazione Project Lakhta, finanziata dal governo di Mosca, i cui primi segni si hanno dal maggio del 2014.

Cos’è Project Lakhta

L’atto di accusa stilato da un giudice federale, lo stesso che Mueller ha citato nelle ultime uscite pubbliche, spiega che lo scopo del progetto era di compromettere e ostacolare il regolare svolgimento della politica a stelle strisce, arrivando a manipolare, per quanto possibile, le preferenze di voto degli elettori in procinto di eleggere il nuovo presidente nel 2016. Il documento in oggetto non cita, mai, atti di favoritismi a Donald Trump, limitandosi a indicare varie campagne diffamatorie con finalità di trolling, ovvero di creare caos e destabilizzazione sociale.

Come lavorava la IRA

Nel concreto, la Internet Research Agency è l’organo operante mentre Project Lakhta rappresenta una delle iniziative dedicate agli States ed è plausibile che molte altre abbiano mirato a interferire con la democrazia in varie parti del mondo, magari nel Regno Unito in vista della Brexit. Ma torniamo a Washington: stando alla polizia, la compagnia in circa tre anni di lavoro avrebbe assunto centinaia di ragazzi, dagli esperti di informatica ad aspiranti giornalisti, persino gente specializzata nell’inventarsi false identità social, basate su post, foto e video che sembravano reali ma spezzoni di vita palesemente fittizie.

I principali social network, come Facebook e Twitter, non si sono mai chiesti se dietro quei profili vi fossero persone vere perché gli hacker dell’IRA usavano dati sensibili e informazioni corrispondenti a individui in carne e ossa, rubate tramite virus o acquistate online, sul dark web.

Viaggi internazionali solo per una foto

La dedizione alla causa era la qualità principalmente richiesta dall’IRA. Basti pensare che spesso chi gestiva gli account fake si sorbiva un viaggio interoceanico solo per postare qualche foto e video con riferimenti alla localizzazione effettivamente da luoghi negli Stati Uniti. Chiunque, dall’app o dal sito di Facebook, può inserire una località inventata da accompagnare a un post ma le compagnie di sicurezza hanno la possibilità di scovare l’indirizzo IP di connessione o i metadati delle immagini scattate col telefonino (ma questo è semplice con software gratis) per capire da dove arriva realmente un contenuto. Agendo così, i collaboratori della Internet Research Agency rendevano le ricerche della polizia molto più difficili.

Come una vera agenzia social

L’analisi della corte federale è utile per comprendere l’elevato grado di specializzazione che i membri dell’IRA mettevano in campo durante la produzione di fake news e fake post. Come una vera agenzia social, gli addetti si affidavano a strumenti di valutazione del traffico per migliorare l’indice di gradimento verso gli elettori, basandosi su like, condivisioni, mention e retweet.

Essendo in Russia, con un fuso orario nettamente diverso da quello Usa, i capi della Internet Research Agency avevano diviso i dipendenti in due gruppi, uno diurno e uno notturno. Tra questi poi esistevano ulteriori divisioni, pensate per coprire ogni area degli States nel momento migliore del picco di traffico. Vitaly Bespalov, un 23enne per mesi dentro l’Agenzia, aveva raccontato nel libro War in 140 characters, il mondo di bugie messo in piedi dalla fabbrica dei troll, con conseguenze poco simpatiche per gli stessi attivisti, che spesso non riuscivano a distinguere più la vita reale da quella costruita a tavolino.

Chi finanziava l’organizzazione

Come scrive il sito New Yorker, le operazioni dell’IRA erano finanziate da Yevgeny Prigozhin, un imprenditore della ristorazione russa d’alta classe, vicino al presidente Vladimir Putin. Prigozhin usava due delle sue principali compagnie, la Concord Management e la Consulting LLC, per passare i fondi alla Internet Research Agency che, per il Dipartimento di Giustizia Usa, beneficiava di circa 1,25 milioni di dollari mensili, oltre 1 milione di euro.

I bersagli della bufala moscovita

Abbiamo anticipato che il dossier americano non cita esplicitamente Trump come soggetto unico dei favori della macchina del fango di San Pietroburgo. Le conseguenze alla fine sono state quelle ma l’attività dell’IRA sono partite con un focus in patria, attraverso l’appoggio a Putin e alle mira espansionistiche in Crimea. Poi sono arrivati i post di supporto al tycoon, al liberale Sanders nella candidatura Dem e quelli contro Hillary Clinton, sfociati nell’hate-speech (l’incitamento all’odio) in merito alle email rubate dai server del Comitato Nazionale Democratico. Col senno di poi possiamo tranquillamente collegare la violazione hacker al Comitato come parte della compagna diffamatoria del Cremlino.

Ancora all’opera

Dei tredici russi incriminati, nessuno è sul suolo Usa, dunque pare molto difficile vederli prima o poi a testimoniare dinanzi a un tribunale. A questo punto, una domanda da farsi è:

L’IRA è ancora attiva?

Nessuno può dirlo. Con le elezioni di midterm lontane una manciata di mesi (6 novembre 2018) tutto è possibile ed è per questo che FBI, CIA e NSA tengono gli occhi aperti.

Il problema è che nel panorama iper-connesso in cui siamo oramai catapultati, distinguere fake news tra verità è davvero complicato. Se poi dietro la scrivania ci sono professionisti del mestiere, veri costruttori di bufale, la situazione è critica.

Fin quando si tratta di perdere tempo dietro l’ennesimo scoop della medicina (falso) o della litigata dei tronisti allora può anche andar bene ma se il tentativo è guidare le coscienze portandole a estremizzare alcuni concetti, come l’immigrazione, la difesa armata personale, l’uscita dall’euro, il rischio di manipolazione resta altro, preoccupantemente alto.

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