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Google in Cina: perché i dipendenti dicono di no

L’azienda ha deciso di creare una versione censurata del motore di ricerca più usato della rete. 1.400 impiegati si oppongono

google cina

Antonino Caffo

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Google in Cina sta per diventare realtà. Dopo una serie di incontri con le autorità del paese, il gigante Usa scenderà a compromessi con le strette norme imposte da Pechino per estendere i suoi servizi, seppur limitati, ai milioni di utenti connessi dai vari distretti del dragone rosso. La Cina è il più grande mercato internet del mondo (utenti, pubblicità, download di app, servizi, ecc.).

Versione farlocca

Quando sarà disponibile, si potrà digitare www.google.cn dalla Cina per cercare contenuti sul web, certi che non si tratterà davvero di tutti quelli disponibili globalmente, visto che Google deciderà, assieme al governo, i siti da mettere in blacklist, cioè da nascondere perché vettori di idee poco simpatiche per Xi Jinping e il Partito Comunista. Tendenze politiche, sessuali e religiose contrarie alle leggi interne saranno censurate. In pratica quello che già succede con il Great Firewall attivo dal 2003.

La protesta

Per questo 1.400 dipendenti di Google hanno inviato formalmente una lettera di protesta ai propri capi per sollevare dubbi su quanto corretta sia la mossa. Il documento, ottenuto dal New York Times, si rifà a concetti fondamentali di trasparenza, chiarezza e libertà di informazione, affermando che i dipendenti debbano sapere cosa sta succedendo e che tipo di prodotto verrà offerto ai cinesi. La lettera prosegue così: non abbiamo le informazioni necessarie per prendere decisioni eticamente rilevanti sul nostro operato e, di conseguenza, esortiamo la leadership a sedere con noi a un tavolo per spiegare che direzione stanno prendendo i principali progetti che ci riguardano.

Codice etico

Il fine della lettera è chiaro: gli impiegati alla divisione del motore di ricerca vogliono che Google crei un Codice Giallo che guidi le attività di sviluppo software e gli eventuali adattamenti in giro per il mondo, basandosi su quattro pilastri fondamentali:

  • la creazione di una struttura che revisioni le scelte etiche, formata anche da membri operai
  • la nomina di difensori civici, scelti sia dal board che dagli impiegati
  • la fondazione di un piano sul lungo periodo che lasci decidere ai team se ciò che stanno facendo è giusto o meno
  • la pubblicazione di casi empirici, che mostrino come Google ha agito nel rispetto delle buone norme a riguardo di ricerca web, Intelligenza Artificiale, collaborazioni con enti ed istituti

L’ultimo punto è fondamentale per il futuro delle comunicazioni digitali perché, tra gli altri, mira agli sviluppi di Project Maven, il progetto con cui il Pentagono desiderava sfruttare gli avanzati algoritmi di AI di Google a scopo bellico, e in particolare alla ricerca dei droni avversari in territori nemici, così da scovarne le basi e abbatterli. Non a caso, sono stati gli stessi dipendenti di Google a bloccare la partnership dell’azienda con la Difesa statunitense.

La storia

Nel 2010 Google aveva abbandonato del tutto l’idea di fare business in Cina. Troppo chiuso il mercato di Pechino per permettere alla multinazionale Usa di vendere liberamente i suoi prodotti digitali agli utenti del paese. Ad oggi, chi vuole cercare qualcosa su internet dalla Cina lo fa usando Weibo (o Sina Weibo), di fatto il primo e unico search engine, controllato indirettamente dal governo. Anche gli smartphone e i tablet con sistema operativo Android, di proprietà Google, sono privi delle cosiddette GApps (Google Apps) e del Play Store, sostituito da negozi di giochi e applicazioni legati ai singoli produttori.

Come funziona la censura

Il governo cinese non si limita a bloccare il dissenso di attivisti, giornalisti e cittadini ma anche a negare l’evidenza di alcuni fatti storici, come il massacro di piazza Tiananmen del 1989. Assieme a questi, il Partito Comunista vieta le menzioni online di libri che ritraggono negativamente governi autoritari, come 1984 e La fattoria degli animali di George Orwell. Ovviamente impossibili da raggiungere prodotti sociali e culturali dell’Occidente, come Facebook, Twitter e Instagram e i portali di informazione, tra cui il Wall Street Journal, Bloomberg e il New York Times.

Bloccate le VPN

I più smanettoni avevano imparato ad aggirare il blocco della rete utilizzando software VPN, come Avira Phantom. Si tratta di software di virtual private network che fanno credere al provider, le compagnie che forniscono la connessione, di essere collegati da paesi esteri e non dalla Cina. In questo modo, la richiesta di visitare i siti web dal computer o dallo smartphone parte, in maniera farlocca, dall’Italia, dalla Spagna o da qualsiasi altra nazione libera, e torna indietro restituendo i contenuti privi di censura. Lo stesso metodo torna utile per sfruttare l’abbonamento ai servizi di streaming resi inaccessibili al di fuori dello stato di residenza e di attivazione.

Dopo un primo esperimento localizzato, la Cina ha reso illegali le VPN nel febbraio del 2018, tramite l’articolo 285 della legge penale che menziona i servizi di redirect virtuale come lesivi del corretto svolgimento della vita sociale e politica. Chi usa una rete privata rischia dai nove mesi ai tre anni di carcere.

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