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Cina, ecco come Google prepara il motore di ricerca censurato

Per tornare sul mercato cinese Big G mette a punto un engine capace di autocensurarsi e impedire l'accesso a siti o informazioni proibiti dalle autorità

Google Cina

Eleonora Lorusso

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In un mondo globalizzato, restano zone d'ombra negli scambi, soprattutto nel web. E' il caso della Cina, dove la forte censura ha impedito finora lo sbarco di social come Facebook o WhatsApp, ma anche di motori di ricerca come Google, che pure aveva provato a inserirsi tra le maglie dei divieti del Dragone, salvo esserne poi bandito. Ora, però, i tempi sembrano maturi di un ritorno di Big G nella potenza asiatica, con un motore di ricerca specifico e "autocensurato".

Le indiscrezioni

Secondo quanto riportato dal magazine statunitense The Intercept, il colosso di Moutain View avrebbe pronto un prodotto che non solo segnerebbe il ritorno nel mercato cinese, appetibile per il numero di potenziali utenti, ma che aggirerebbe anche le severe regole della censura di Pechino. Come? Grazie a filtri in grado di impedire alcuni tipi di ricerche ritenute "proibite" o scomode" dalle autorità cinesi.

Un esempio? Quelle che hanno a che fare proprio con la "libertà di parola".  Il nuovo motore di ricerca avrebbe anche già un nome, che è già un manifesto: Dragonfly.

Le basi del nuovo progetto sono state gettate nel 2017 e il suo funzionamento sarebbe semplice.

Come funzionerebbe Dragonfly

Nonostante il condizionale sia d'obbligo, secondo le indiscrezioni circolare in queste ore Dragonfly potrebbe ottenere il via libera dal governo cinese, perché sarebbe una versione "autocensurata". Nel momento in cui un utente lo usasse per fare una ricerca su un argomento tabù, comparirebbe un disclaimer, un avvertimento con scritto che "alcuni risultati potrebbero essere stati rimossi a causa di requisiti di legge".

Specifici filtri impedirebbero, dunque, di avere accesso a informazioni che Pechino non vuole siano diffusi e che appartengono a una black list, una lista nera che si occupa già oggi di far sì che non si possa navigare su determinati siti. Tra questi, ad esempio, ci sono Wikipedia e BBC News.

Naturalmente lo stesso tipo di "barriera" prevista per le news sarebbe applicata anche alle immagini e al controllo ortografico.

Perché Google vuole tornare in Cina

Google era già sbarcata nel Paese asiatico anni fa, ma nel 2010 ne era uscita, a causa dello stop imposto dalle autorità di Pechino e in particolare del cosiddetto "Great Firewall", il vero e proprio muro imposto dalla censura cinese.

All'epoca Big G aveva accusato esplicitamente la potenza asiatica di attentare alla libertà di quel miliardo e 400 milioni di cittadini cinesi, impendendo loro la libera circolazione di informazioni. Ora pare che la battaglia di principio sui diritti degli abitanti del Paese sia passata in secondo piano, a favore di una più concreta possibilità di tornare nel ricco (e potenzialmente enorme) mercato cinese.

I possibili ricavi che Dragonfly consentirebbe, seppure "dimezzato" nelle potenzialità rispetto alla versione tradizionale di Google, sarebbero tali a far superare l'idea di non poter operare nella totale libertà.

Il concorrente rivale Baidu

Le valutazioni dei vertici californiani di Google sembrano aver convinto, nonostante il precedente poco fortunato, non solo da un punto di vista della censura. Già quando il motore di ricerca era presente in Cina, infatti, non era comunque il leader del mercato.

Secondo Quarz, infatti, Google riusciva a catalizzare soltanto il 30% degli utenti internet cinesi. La restante quota, invece, preferiva rivolgersi a Baidu. I motivi dell'apparente "fallimento" possono essere stati diversi.

In primo luogo si è pensato a qualche forma di interferenza da parte del governo di Pechino e in particolare del potentissimo Partito Comunista, che ha sempre agito in questa direzione nei confronti di tutte le aziende straniere operanti sul proprio suolo.

Ma ciò non spiegherebbe da solo certi numeri. Quando Google agitò i mercati a causa delle rimostranze per i divieti imposti dalle autorità cinesi, proprio queste proteste contribuirono alla sua popolarità anche tra i consumatori cinesi. La ragione del successo di Baidu, piuttosto, sarebbe legata alle strategie messe in campo.

In primo luogo al fatto di essere presente negli internet cafè, cioè proprio i luoghi nei quali la maggior parte degli utenti cinesi ha accesso al web. A differenza degli americani, che prediligono la casa o l'ufficio per navigare (o lo smartphone), i cinesi passerebbero la maggior parte del loro tempo su internet in locali pieni di fumo (e spesso in condizioni che Quarz definisce "sudice"), tra giochi online, chat con gli amici o forum vari.

A fronte del pagamento di una commisisone, le aziende si assicurano la presenza sul desktop dei Pc di questi internet café ed è proprio questo che ha fatto Baidu, diventando il motore di ricerca predefinito della maggior parte dei computer.

Google pare avesse seguito la stessa strada, ma in modo molto più soft, senza arrivare a pagare operatori ad hoc per estromettere i rivali, come raccontato da Steven Levy nel suo libro In the Plex.

Musica gratis in download

Un altro sistema grazie al quale Baidu si è conquistato popolarità è il fatto che ha permesso di scaricare musica gratis. Considerando che gli internet café in Cina sono luoghi soprattutto di intrattenimento, dove è possibile ascoltare musica, ecco che si spiega come il 20% del traffico di Baidu nel 2005 risultasse provenire da mp3.baidu.com.

Il ritorno potrebbe andare meglio?

Nonostante queste considerazioni, un nuovo ingresso di Google in Cina potrebbe questa volta essere accolto con entusiasmo dagli utenti locali. Da tempo i consumatori di lamentano della qualità di Baidu nelle ricerche, così come della sua politica fraudolenta relativa agli annunci.

Robin Li, CEO del motore cinese, in ogni caso ha messo in guardia Google, sostenendo che non c'è motivo di credere che cittadini cinesi abbiano perso interesse nei confronti di Baidu.

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