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Europa, riforma del copyright: cosa prevede

Via libera dal Parlamento europeo. Contrari i colossi del digitale come Google e Facebook. Favorevoli autori, artisti ed editori. I contenuti degli articoli decisivi

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Luigi Gavazzi

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Via libera alla proposta di direttiva sui diritti d'autore nel mercato unico digitale. Il Parlamento europeo l'ha adottata con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni.

L’assemblea di Strasburgo doveva già pronunciarsi sulla direttiva Ue relativa al "digital single market”, che contiene le norme per la riforma del copyright, il 5 luglio scorso. Tuttavia il Parlamento decise allora (con 318 no e 278 sì e 31 astensioni) di non dare inizio alla discussione.

Dopo l'ok del Parlamento di Strasburgo il testo della direttiva dovrà essere negoziato dalla Commissione e dal Consiglio Ue.

La questione è complessa, economica e politica e vede schierati a favore della direttiva chi crede nella difesa necessaria del diritto d’autore on line - autori, artisti, editori; e contro le grandi piattaforme Web (Facebook e Google soprattutto) che stanno registrando profitti miliardari (con la pubblicità) semplicemente fornendo accesso ai contenuti creati da altri.

Schierata contro la riforma anche la composita alleanza dei gruppi parlamentari populisti (Lega e M5S compresi che hanno votato contro).

I punti salienti della riforma del copyright

La direttiva assegna una responsabilità alle piattaforme per l'uso dei contenuti protetti dal diritto d'autore. Il fine è quello di chiudere il gap del valore tra profitti e remunerazione. Sono coinvolte quelle piattaforme il cui scopo principale è generare profitti dal fornire accesso a contenuti sotto copyright come musica e video caricati dagli utenti, tipo YouTube.

Il testo che sarà sottoposto al voto del Parlamento obbligherebbe i giganti della Rete a pagare le royalties, ma non graverà sugli utenti. 

Sono due gli articoli che fanno più discutere, il numero 11 e il numero 13. Ecco perché.

  • Articolo 11

    Prevede che gli Stati garantiscano agli editori la remunerazione equa e proporzionata per l'utilizzo online dei contenuti. Facebook, Google ecc. dovrebbero dunque riconoscere dei soldi ai detentori del diritto nel caso di utilizzo di link o parti del contenuto sulle proprie pagine. La norma aveva un po' spaventato i piccoli siti web e i soggetti come Wikipedia. Quest'ultima aveva addirittura scioperato in luglio, al momento del voto del Parlamento europeo che aveva rimandato la decisione a settembre. Nella versione approvata il 12 settembre, il testo specifica che i fornitori di servizi fino a 250 dipendenti e le piattaforme senza scopo lucro sono escluse dai nuovi obblighi così come gli utenti che utilizzeranno in maniera "privata", "non commerciale" i contenuti coperti da copyright.


  • Articolo 13

    Impone alle grandi aziende di di siglare "accordi di licenza e cooperazione con i titolari dei diritti" per disciplinarne l'utilizzo. Richiede inoltre di esercitare il controllo sui contenuti che vengono pubblicati dagli utenti sulle piattaforme. È stato eliminato dalla versione finale dell'articolo il riferimento ai "filtri" capaci di individuare e bloccare il caricamento di contenuti protetti da copyright da parte degli utenti. L'articolo è il più controverso perché, dicono i detrattori, darebbe a Google e Facebook un potere di censura su quel che viene pubblicato.


(Articolo pubblicato il 28 giugno 2018, aggiornato il 3 luglio 2018, l'11, il 12 e 13 settembre 2018)

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