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Internet

Catalogna: la censura web di cui nessuno parla

La Guardia Civil ha spento i server del provider che gestiva i siti con dominio .cat. Siamo in Europa ma sembriamo la Cina

Tutto è cominciato con il blackout di referendum.cat, uno dei siti web nati per informare sulle motivazioni che hanno spinto la comunità autonoma della Catalogna a chiedere l’indipendenza dal governo centrale di Madrid con il voto di domenica 1 ottobre.

Le autorità hanno dichiarato la votazione illegale, cercando di reprimere in ogni modo la propaganda per le strade di Barcellona. Ma non solo: pochi, al di fuori della Spagna, si sono accorti che è stata messa in atto una censura allargata ai principali portali che appoggiano i movimenti separatisti, quasi tutti con dominio .cat.

Cosa è successo

Ecco allora il blocco del già citato referendum.cat ma di tanti altri, tutti dipendenti dal suffisso di primo livello gestito da puntCAT, un provider locale, che offre la possibilità di registrare qualsiasi sito web che termini con il dominio che rimanda alla tanto chiacchierata regione iberica.

Il blitz

Il 21 settembre la polizia spagnola aveva fatto irruzione negli uffici dell’organizzazione, sequestrando i computer, spegnendo i server a cui si collegavano migliaia di navigatori e arrestando i tecnici del reparto IT. L’oscuramento da parte della Guardia Civil era riuscito solo in parte, visto che puntoCAT aveva fatto in tempo a trasferire i contenuti sui domini referendum.love e referendum.party.

Repressione digitale

Se le immagini provenienti dalla Spagna rimandano a epoche non così lontane in cui la polizia reprimeva ogni forma di protesta organizzata, la censura che ha colpito la rete è figlia dei nostri tempi: laddove la stampa classica veniva indirizzata a piacimento del regime, oggi si tenta di zittire il meno controllabile flusso del dissenso online, colpendo direttamente la fonte.

Censura preventiva

Stando alla Electronic Frontier Foundation, che vigila sulla libertà di opinione telematica in giro per il mondo, sono circa 140 i domini censurati dal reparto tecnologico della Guardia Civil. Gran parte di questi soffrono di problemi di accesso ancora oggi e probabilmente ne avranno in futuro a causa di un ordine emesso dalla Corte Suprema della Catalogna sotto invito del braccio militare di Madrid.

Reazione a catena

Dal 1 ottobre a data da destinarsi, ogni sito web che termini con il dominio .cat verrà oscurato in maniera preventiva, assieme a tutti gli altri che da questo dipendono, ovvero ramificati sotto il suffisso di primo livello. Il problema è che molti attivisti e fondazioni pro-voto hanno collegato pagine precedentemente conservate altrove con una homepage .cat.

In questo modo anche un sito come ref1oct.eu, apparentemente non interessato dalla censura, è stato bloccato perché dipendente da ref1oct.cat. A livello tecnico si tratta chiaramente di una sanzione estesa e del tutto ingiustificata.

Controllo del dissenso

Se al blocco di specifici portali si aggiunge quello dell’app di propaganda per Android fatta rimuovere dal governo sul Play Store di Google, sembra di essere nel mezzo di un qualcosa che in Europa non si vedeva da tempo, più o meno dagli anni ’40 del secolo scorso.

Barcellona come Pechino

Episodi del genere sono all’ordine del giorno in alcune zone del mondo, come la Cina, dove da sempre le autorità centrali tentano di arginare l’ingresso nel paese di idee occidentali, veicolate da servizi e piattaforme globali, tra cui Google, Facebook e Twitter.

In Oriente è il Great Firewall a impedire ai contenuti ospitati su indirizzi IP inseriti in una sorta di black list governativa di raggiungere smartphone e computer dei cittadini, indotti a usare imitazioni autoctone delle app più diffuse all’estero.

Difficilmente in Europa si arriverà a una situazione del genere ma quanto sta accadendo all'internet spagnolo non contribuisce a restituire un quadro edificante della democrazia digitale nel nostro continente.

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