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5G, perché sarà l'antidoto contro il digital divide

La nuova tecnologia porterà connessioni velocissime in tutto il Paese. La scommessa di ZTE, raccontata in un incontro a Roma

Oltre ad abilitare vezzi non imprescindibili come la possibilità di scaricare un film in una manciata di secondi, il 5G potrebbe rivelarsi uno straordinario strumento di democrazia. Una rivoluzione in grado di portare, finalmente, una connessione fulminea e uniforme lungo tutto lo Stivale. Sarà forse questa la principale virtù della nuova generazione delle reti mobili, che nei prossimi anni consentiranno a tutti gli utenti di viaggiare a un passo superiore fino a 100 volte rispetto a quello attuale, senza rallentamenti inaspettati, congestioni del segnale. E, soprattutto, discriminazioni territoriali.

«Il 5G potrà essere decisivo per superare il digital divide. Ridisegnerà il nostro avvenire» conferma Hu Kun, ceo per Italia e presidente per l’Europa Occidentale di ZTE, operatore leader nel settore delle telecomunicazioni e in prima fila da Nord a Sud per propiziare l’avvento nazionale di questa tecnologia. «Vogliamo avviare una versione italiana della vita digitale che sarà. Questo è un Paese dotato di grandi infrastrutture. Possiamo aiutarlo ad accelerare il suo processo di modernizzazione» gli fa eco Xiao Ming, vicepresidente senior dell’azienda.

Zte-Roma

Un momento dell'incontro romano organizzato da ZTE – Credits: Marco Morello

La Cina è vicinissima

L’occasione per discutere di bit e futuro è un incontro presso il centro eventi «La lanterna» di Roma, dove ZTE si è raccontata presentando i suoi numeri e le iniziative già avviate: 85 mila dipendenti globali, 600 solo in Italia, dove sono già stati investiti 100 milioni di euro, altri 500 arriveranno nei prossimi cinque anni; un titolo in borsa cresciuto del 150 per cento negli ultimi 12 mesi, un giro d’affari complessivo pari a 100 miliardi. «Con un investimento in ricerca e sviluppo» sottolinea Xiao Ming «pari al 12 per cento del nostro fatturato». L’Italia rappresenta il punto di riferimento, l’hub centrale in Europa, coerente con una collaborazione sempre più florida e generale con Pechino.

Non è una sensazione, ma un’evidenza confermata dai numeri, snocciolati da Li Ruiyu, vice ambasciatrice cinese in Italia: «Nei primi sette mesi del 2017» ha detto «l’esportazione tricolore verso la Cina ha fatto segnare un incremento del 23,5 per cento. L’investimento totale cinese in Italia nel 2016 è stato di 12 miliardi di euro. I rapporti economico-commerciali sono davvero molto buoni».

La scommessa della qualità

Come questo fermento, questo movimento di capitali e di risorse s’incastri con la rivoluzione tecnologica, è presto detto: «Dobbiamo costruire» ragiona Hu Kun «un senso di comunità con il governo e con i nostri partner. A partire dagli operatori telefonici, che saranno i protagonisti della transizione verso il 5G». I punti di riferimento reali per gli utenti, quelli che dovranno confezionare pacchetti e offerte.

Tra loro c’è Wind Tre, rappresentato nell’incontro capitolino dal ceo Jeffrey Hedberg. Che a sua volta rimette al centro il tema del digital divide, annunciando l’intenzione di «costruire il network più moderno lungo tutto il Paese»; enfatizzando, come approdo, la necessità di puntare sulla qualità: «Siamo tutti focalizzati a competere sul prezzo» spiega «ma se mettiamo in piedi i servizi giusti con le tecnologie migliori, i consumatori saranno disposti a pagare».

Il sottinteso è evidente. Se il servizio è scarso, lento, poco appetibile, si tenderà a risparmiare. Ad accontentarsi del poco che c’è, rivolgendosi a chi gioca (a volte rovinosamente) al ribasso: «Al momento, rimane molta strada da fare. Siamo indietro sul piano della numerosità delle famiglie e delle imprese che sono appoggiate su un’infrastruttura a banda larga. Infrastruttura da cui parte la soddisfazione dei bisogni di oggi e di domani» conferma Andrea Falessi di Open Fiber.

La rivoluzione è già qui

L’invito è anche a non scivolare su una miopia prospettica, a non continuare a ritenere la rivoluzione digitale qualcosa di incompiuto, lontano, fumoso. «Siamo già in un mondo connesso. La vera evoluzione coinciderà l’abbinamento della velocità della rete a una serie di applicazioni smart» commenta Noreena Hertz, direttore del Centre for international business and management all’università di Cambridge. Gli esempi che si possono fare sono tanti: smart cities, cose connesse, malattie curate dall’intelligenza artificiale con un’accuratezza impensabile per un dottore umano. «La nostra vita» enfatizza Hertz «ne uscirà ritrasformata».

La formazione come premessa

Per affrontare questa sfida, serve edificare le competenze giuste. E non bastano le partnership tra le aziende, le attenzioni del Governo (di 5G si parla nella Legge di Stabilità 2018). Perciò ZTE ha stretto accordi con le università di Tor Vergata e L’Aquila, creando centri di ricerca per formare i futuri ingegneri delle telecomunicazioni, facendoli entrare in un network di eccellenza sparso in tutto il mondo. «I giovani devono conoscere la realtà in cui si andranno a muovere» dice Giuseppe Novelli, rettore dell’ateneo di Tor Vergata. «Il 5G» aggiunge «esige tempi di reazioni rapidissimi». Menti allenate a governare i suoi prodigi.

«Ma l’innovazione è una parola ancora vuota, dobbiamo riempirla di contenuti reali» avverte Paola Inverardi, rettore dell’università degli studi dell’Aquila. Che applaude la scelta della multinazionale di dare fiducia al capoluogo abruzzese: «La nostra» ricorda «è una città in ricostruzione. Lo facciamo all’insegna dell’innovazione tecnologica, da molti anni».

Succede allora che il braccio di ferro contro il digital divide non si vince solo con una connessione velocissima, ma creando le condizioni per utilizzare le nuove tecnologie nel modo più efficiente, rapido e diffuso possibile. Con l’aiuto di tutti, inclusa un'azienda cinese che ha scelto di fare rete in Italia.

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