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Internet: gli algoritmi e le discriminazioni

Una ricerca lancia l'allarme sulle campagne di advertising che selezionano in base a criteri razziali ed economici. E le aziende che fanno?

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Internet è invasa da campagne pubblicitarie e di comunicazione. Ce ne accorgiamo anche noi ogni volta che ci entriamo e ci troviamo davanti ad offerte, pubblicità spot e testi legate magari ad una ricerca effettuata di recente, che sia abbigliamento, viaggi, auto, assicurazioni. Merito dei famosi algoritmi che sanno tutto di noi (o pensano di saperlo) e sono soliti riproporci cose che dovrebbero andare di pari passo con il nostro stile di vita. In pratica siamo tutti catalogati. Ma non è questo il problema.

Una ricerca recente, comparsa sull'Economist, lancia accuse pesanti, verrebbe quasi da dire filosofiche su internet, i social e appunto queste campagne. Secondo la ricerca, che in realtà mette per la prima volta nero su bianco quello che in rete era più di una voce, esisterebbe una sorta di discriminazione (per alcuni addirittura "razzismo") nel modo in cui lavorano questi algoritmi e nel modo in cui veniamo considerati.

Un esempio ci aiuta a capire meglio la situazione. Una società immobiliare fa partire una campagna ad per esempio su un social per vendere una tipica casa coloniale, negli Stati Uniti, con un parco ed un maneggio. La società in questione non vuole limiti di target, insomma vorrebbe che il messaggio e la campagna arrivasse a chiunque, senza distinzioni.

L'algoritmo però, in maniera del tutto arbitraria, effettua una sua selezione: basandosi sulla reazione della gente ad un'annuncio o immagine di una casa di quel tipo decide di inviare il messaggio ad esempio solo a uomini, benestanti e di razza bianca (da qui l'accusa di razzismo). In poche parole il nostro modo di reagire a diverse tematiche ci cataloga e ci limita.

"Innanzitutto - spiega Fabrizio Angelini, Ceo di Sensemakers - questo genera un problema legale. Se un'azienda chiede una campagna aperta a tutti non si possono escludere tipologie e classi sociali senza un suo assenso. Negli Stati Uniti diversi procedimenti sono stati aperti in questo senso. Soprattutto si tratta di un sistema ipocrita che da una parte dovrebbe aiutare ad "aprire" il mondo ed eliminare disuguaglianze ma in realtà le crea in maniera automatica".

Ma le aziende come reagiscono a questa pratica discriminatoria? 

"Questa è una bella domanda - continua Angelini - perche spesso tacciono oppure lasciano fare come se alla fine tutto questo fosse conveniente. Sono in poche quelle che cercano di combattere questo sistema".

Un sistema che però sembra difficile se non impossibile da aggredire e combattere...

"E' difficilissimo se non impossibile rompere questo sistema. Negli Stati Uniti sono già nati gruppi e movimenti che stanno cercando di modificare quella che è la filosofia di fondo della rete cercando di modificarla nella speranza che cambino questi criteri di targhetizzazione e profilazione. Di sicuro si crea un problema di limite alla creatività ed alla comunicazione. Chi deve mettere in piedi questo tipo di campagne, sa già che alla fine non parlerà a chiunque, bianchi o di colore, ricchi e poveri, laureati o non diplomati, ma ad un gruppo limitato con poche ma precise caratteristiche. Ed è questa profilazione di partenza che diventa volano di discriminazione e differenze"



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