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Intelligenza artificiale, così salverà il pianeta

Perché usare l’Ai nella gestione di acqua, trasporti, agricoltura ed energia sarà una risorsa cruciale per il nostro futuro e che impatto potrà avere

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Marco Morello

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da Stoccolma

Entro il 2030, complice l’esplosione demografica che ci attende (1,2 miliardi di abitanti in più, secondo le Nazioni Unite), il pianeta consumerà un 25 per cento di energia supplementare rispetto a oggi, avrà bisogno del 35 per cento di più cibo e del 40 per cento di più acqua. Ma mentre il mondo reclama un disperato fabbisogno di risorse, pare dimenticare che ciò ha un costo. Anzi, peggio: questo surplus di pretese, si accompagnerà a una probabile catastrofe climatica. Pare una questione di priorità: si ragiona più sulle esigenze, meno sulle conseguenze, peccando di pericolosa ingenuità.

Un mondo intossicato

Già oggi ogni abitante della Terra disperde ogni giorno 13,5 chilogrammi di anidride carbonica nell’atmosfera. Una media tenuta bassa dall’impronta più tenue delle nazioni in via di sviluppo. Se limitiamo il calcolo soltanto all’Europa, il conto raddoppia, raggiunge i 28,5 chilogrammi. È come se prendessimo mucchi di giganteschi e pesanti sacchi dell’immondizia e, puntualmente ogni 24 ore, li lanciassimo in aria con disinvoltura. Dimenticando che ci ricadono subito in testa. O meglio, finiscono dritto nei nostri polmoni e quelli degli animali. «La vera sfida deve essere invece quella di mantenere il nostro standard di vita, riducendo in parallelo il nostro impatto ambientale» riassume l’analista e imprenditore Azeem Azhar. Che prova a bilanciare il realismo (non è catastrofismo) con qualche dato confortante: negli ultimi anni, il prezzo dell’energia eolica si è ridotto di 22 volte, quello dell’elettricità generata dalla luce solare di ben 150, il costo delle batterie al litio si è abbassato di 85. Le fonti alternative, pulite, a emissioni ridotte, sono meno care. Più accessibili. Occorre abbracciarle in pieno.

Il ruolo dei dati

Considerazioni sacrosante, che non devono brillare a intermittenza come lampi nel vuoto. Specie perché contengono un sottinteso comune: sfruttati a dovere, i segnali positivi possono controbilanciare e finanche superare quelli negativi. Già, ma come? «Sfruttando l’intelligenza artificiale. Usandola per analizzare e mettere a frutto le tonnellate di dati che ci arrivano dall’internet delle cose, dai sensori, dai nuovi recettori di informazioni da cui siamo circondati. L’Ai ci fornisce gli strumenti per scavare nei numeri e capire quello che ci dicono. Per realizzare quello che prima ci era impossibile e ora è fattibile su vasta scala» ragiona con Panorama.it Chris Harries, Industry Solutions Director di Microsoft. L’azienda americana ha organizzato a Stoccolma, nei giorni scorsi, un summit per approfondire proprio questi temi. Convocando esperti, aziende, ricercatori.

Più efficienza e più lavoro

Tra loro, anche Ben Combes, che si occupa di innovazione e sostenibilità nel colosso della consulenza PricewaterhouseCoopers. Combes ha presentato il rapporto «AI for Earth» che esamina come l’intelligenza artificiale possa fare bene al pianeta. Ribaltando varie prospettive: non solo i computer non ci ruberanno il lavoro, anzi secondo loro ne creeranno altri 38,2 milioni (ci torneremo), mentre daranno prezioso ossigeno a tutti i continenti. Secondo PwC, questa tecnologia potrà e dovrà prendere le redini della gestione dei gangli vitali della nostra società: dell’acqua, dei trasporti, dell’agricoltura e dell’energia. «E ottimizzando gli input, tramite un preciso monitoraggio e controllo dei processi di produzione» spiega Combes «garantirà una produttività maggiore, spalancherà la porta a soluzioni innovative che garantiranno maggiore efficienza».

Un taglio alle emissioni

Fuori dalle formule, significa che tramite l’Ai, novello Cyrano di pratiche green, non solo si consumeranno meno risorse nei processi produttivi, ma questi processi funzioneranno meglio e daranno output in abbondanza, rispondendo a quella maggiore sete di risorse di cui parlavamo all’inizio. PwC ha quantificato il beneficio: entro il 2030, le applicazioni dell’intelligenza artificiale nell’agricoltura, nei trasporti e simili, aumenteranno il prodotto interno lordo globale del 4,4 per cento, portandolo a 5,2 trilioni di dollari. Soprattutto, ridurranno le emissioni di gas serra del 4 per cento rispetto a oggi. Quel sacco dell’immondizia imbottito di CO2 che lanciamo metaforicamente in aria, peserà un po’ di meno. Nonostante le risorse immesse sul pianeta saranno superiori.

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– Credits: Microsoft

Un’intelligenza aumentata

Il tassello dell’incremento di posti di lavoro, si spiega invece con il ruolo di supervisione, d’intervento, di messa in pratica dei precetti delle macchine che gli esseri umani dovranno avere: «Sarebbe un grave errore considerare l’intelligenza artificiale alla pari di una scatola magica» avverte Harries di Microsoft. «Saremo sempre noi, gli esseri umani, a leggere le situazioni e a prendere le decisioni. L’Ai ci darà accesso a quella che chiamerei un’intelligenza aumentata. Che va orientata, istruita a dovere. Saremo ancora noi a creare le regole e a imporle al sistema, affinché sappia leggere i fenomeni nella maniera giusta. Solo così potremo concedere all’intelligenza artificiale quello che fa più fatica a conquistare: la nostra fiducia».

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Chris Harries, Industry Solutions Director di Microsoft

Il peso delle nostre scelte

Perché, per quanto ci si giri intorno, il punto è sempre lì. Un cervello di bit è un potenziale di virtù, dirimente è il margine, lo spazio che gli si vuole affidare. E, in seconda battuta, la ricaduta pratica delle sue indicazioni. Per esempio, tra gli ospiti dell’evento di Microsoft, c’era un rappresentante di SGS, una società svizzera che fa parte dei leader mondiali nei servizi d’ ispezione e certificazione delle aziende. Il suo compito è analizzare le buone pratiche di un’impresa, non limitandosi ai suoi fornitori, ma scavando più in profondità fino ai suoi sub-fornitori e a tutta la filiera che li alimenta. Di nuovo, tramite i big data, tramite incroci sterminati di piccoli parametri, può gestire tonnellate di dettagli. Arrivando a dire se una società, un marchio o un singolo bene hanno una qualche o una spiccata sensibilità verso l’ambiente oppure, all’opposto, lo danneggiano. Il ruolo di SGS è nullo o molto limitato se queste conclusioni non si trasferiscono ai consumatori, non vengono percepite da chi, con il potere del suo acquisto, determina il fallimento o il successo di un prodotto. Come per i superpoteri dell’Ai, il terminale ultimo resta il cervello umano.

L’arte di tornare a imparare

«La tecnologia è un’arma a doppio taglio. Crea opportunità e insieme sfide. L’elemento umano può essere usato come un fattore d’ispirazione». È l’invito lanciato da Nina Lund, Retail & Consumer Goods lead di Microsoft Emea. Che suggerisce di prendere esempio non tanto dai Millennials, quanto dalla Generazione Z, i ragazzi nati dalla seconda metà degli Anni Novanti alla fine dei Duemila: «Non prendono la patente perché non vogliono guidare auto inquinanti, non usano il bagnoschiuma perché preferiscono la saponetta, hanno la forza e la voglia di scendere in piazza per manifestare. Potremmo valutare di chiamarli come consulenti degli organi esecutivi delle aziende. Forse la vera sfida per risolvere quest’emergenza ambientale è rivedere le nostre certezze. Imparare a imparare. Meglio ancora, amare il fatto di avere l’opportunità d’imparare di nuovo».

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