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L’intelligenza artificiale sta entrando in ufficio (ma potrebbe non piacerci)

Dalla piattaforma che analizza le persone al bot per la selezione del personale: le opportunità (e i rischi) che l'AI porterà sul posto di lavoro

Intelligenza artificiale

Roberto Catania

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Ancor prima di chiederci se davvero i robot ci ruberanno il mestiere, dovremmo forse comprendere in che modo le attuali tecnologie stanno già cambiando il nostro modo di lavorare.

È assai probabile, infatti, che la prima vera sfida su cui un po’ tutti saremo chiamati a confrontarci non arriverà da un qualche automa tuttofare, quanto piuttosto dai cambiamenti che le nuove tecnologie - e in particolare quelle basate sull’intelligenza artificiale - apporteranno alla nostra routine lavorativa.

A confermarlo una ricerca condotta da McKinsey: nei prossimi 10 anni, scommette l'analista, solo il 5% delle attuali occupazioni scomparirà. A cambiare sarà piuttosto il contenuto della nostra giornata lavorativa. Un terzo delle mansioni previste dal 60% dei lavori attuali verrà eliminato, o comunque alterato in maniera significativa dall’avvento della tecnologia. Detto in altre parole: i lavori di oggi ci saranno anche domani, ma saranno profondamente diversi.

Se la persona diventa un dato, può essere misurata

Saranno i dati, e non solo quelli di produzione, a guidare il cambiamento. "In un mondo che sta diventando sempre più data-driven non c'è motivo di credere che anche le persone non seguano lo stesso trend", afferma Ben Waber, fondatore di Humanyze, una società la cui mission recita più o meno così: “Aiutiamo a creare ambienti di lavoro in cui i dipendenti siano più soddisfatti e le organizzazioni più redditizie”.

Humanyze è una people analytics platform, letteralmente una piattaforma che analizza le persone, una sorta di collettore che può essere utilizzato alle imprese che vogliono raccogliere in modo ordinato le informazioni dei propri dipendenti, sia quelle legate agli spostamenti fisici (registrate tramite un apposito badge) sia quelle ricavate dalle varie applicazioni digitali come e-mail, calendari, chat.

Sulla carta il fine sembra giustificare i mezzi - La nostra piattaforma analizza i dati delle comunicazioni aziendali per capire come lavorano le persone,  si legge sul sito internet della società - ma a ben guardare c'è qualcosa di un po' inquietante in questo approccio. Di questo passo, viene da chiedersi, arriveremo davvero a quel tipo società preconizzata da George Orwell nel suo 1984?

Fino a che punto possiamo essere controllati?

Una cosa è certa: l’intelligenza artificiale fa paura. Soprattutto a chi considera la privacy uno dei diritti sacrosanti e inviolabili del lavoro. In molti hanno gridato allo scandalo dopo aver visto il braccialetto brevettato da Amazon che controlla i movimenti degli operatori di magazzino per agevolare lo smistamento delle merci. Strumenti di questo tipo - tuonano i detrattori della tecnologia - rischiano di dare alle aziende, e in particolare alle risorse del personale, un potere smisurato.

Il fatto è che in un contesto di questo tipo, nessuno, neanche le temutissime HR, possono considerarsi al sicuro. Sta facendo molto discutere in questi giorni il lancio di un bot - basato proprio sull’intelligenza artificiale - in grado di effettuare una prima attività di selezione per le aziende che sono alla ricerca di nuovo personale da assumere. Vera, questo il nome della soluzione creata dalla startup russa Stafory, è stata addestrata per automatizzare alcune delle procedure che stanno alla base del processo di recruitment, comprese quelle che riguardano il riconoscimento delle emozioni umane, come rabbia, piacere, delusione

"Le aziende sanno già moltissimo dei propri dipendenti", spiega in un’intervista all’Economist Leighanne Levensaler, managing director di Workday, società che ha creato un software in grado di predire i comportamenti dei dipendenti, compresa un'eventuale intenzione di lasciare l’azienda. "Grazie a Internet, agli smartphone e al cloud, i datori di lavoro possono già verificare chi sta guardando un documento, quali dipendenti stanno lavorando e chi è nelle condizioni di rubare file e contatti aziendali. Con l’intelligenza artificiale si andrà oltre".

Purché non sia una questione personale

Già ma quanto oltre? A rassicurare gli animi ci pensa Steve Clayton, di Microsoft: "Questi sistemi non sono un grande fratello, sono progettati per migliorare la produttività", sottolinea l’attuale Chief Storyteller di Redmond.

Clayton parla per esperienza, vivendo in una società che già da qualche tempo utilizza programma - denominato MyAnalytics - che mette insieme i dati provenienti da email, calendari e altre applicazioni sensibili per mostrare in che modo i dipendenti utilizzano il proprio tempo, quanto spesso sono in contanto con le figure chiave dell’azienda, e quanto sono disponibili al multitasking. L’idea di fondo è che i superiori non vedano i risultati del singolo, bensì il dato aggregato delle varie unità, una sorta di quadro di sintesi dei team che compongono l'azienda.

Se l'intelligenza ti sala la vita

Bisogna poi considerare tutti quei benefici che potrebbero derivare dall’utilizzo dell’AI in quegli ambiti nei quali c’è in gioco la vita dei dipendenti. Società che impiegano operai specializzati in mansioni pericolose potranno ad esempio utilizzare sistemi intelligenti di riconoscimento dell’immagine abbinati a videocamere per accertarsi che il personale indossi occhiali, elmetti, guanti e altri strumenti di anti-infortunistica.

Vista così si potrebbe parlare di una tecnologia come tutte le altre. Capace cioé di offrire il meglio o il peggio di sè a seconda degli utilizzi umani. In un contesto di questo tipo, pare chiaro, il contributo del legilatore potrebbe essere fondamntale. Chi fa leggi avrà il difficile compito di orientare il mercato, mettendo - se serve - gli opportuni paletti: non si può concedere troppo spazio a una macchina, per quanto intelligente essa sia, ma nemmeno tarparne le ali prima che abbia dimostrato il suo valore.

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