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Google contro Uber, le cose da sapere sul processo tech dell'anno

Tutti i dettagli, temi e valori alla sbarra nella causa miliardaria intentata da Waymo di Alphabet contro la app che sfida i taxi

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Marco Morello

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Il grado di temperatura di un’innovazione, il suo livello di maturità a appetibilità, si misura anche in un’aula di tribunale. È successo nella guerra dei brevetti tra Apple e Samsung, quando gli smartphone erano il motivo del contendere, sta per succedere di nuovo in un processo che ha al centro, anzi alla sbarra, l’auto che si guida da sola. Un argomento caldissimo in Silicon Valley. A scontrarsi sono due giganti: Uber, la oramai ex start-up dei record; Google, non direttamente, ma tramite Waymo, la società di Alphabet uscita dai supersegreti laboratori «X» del motore di ricerca. Due realtà accomunate dallo stesso obiettivo: mettere su strada taxi robot, che portino in giro i passeggeri tramite un computer incaricato di gestire il volante.

Le premesse

Tutto comincia quando Anthony Levandowski, ingegnere apprezzatissimo nel campo delle vetture automatiche, abbandona il suo posto in Waymo per lanciare Otto, una sua compagnia di camion che viaggiano con il pilota automatico. Fin qui, niente di strano. Il punto è che qualche mese dopo, la neonata società viene comprata da Uber per quasi 700 milioni di dollari, mentre Levandowski diventa capo di tutta la divisione della app per svilupparne il business driverless. Ancora, ordinaria amministrazione: cambi di casacca e acquisizioni sono la prassi nella Valle.

I fatti

Il problema è che Levandowski, oltre a svuotare cassetti e scrivania negli uffici di Waymo, avrebbe scaricato e portato via con sé qualcosa come 14 mila file contenenti informazioni vitali per il funzionamento dei veicoli senza pilota. In particolare, dettagli che consentono alle vetture di percepire dettagli del mondo intorno a loro. Metodi e tecnologie che, secondo la società di Google, sarebbero stati poi usati da Uber per portare avanti le sue ricerche. Per questo motivo, Mountain View chiede un risarcimento danni che si aggirerebbe intorno al miliardo di dollari (contro i quasi due stimati in un primo momento).


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Un'auto a guida autonoma di Waymo – Credits: Waymo

La difesa di Uber  

L’applicazione, che è reduce da uno degli anni peggiori della sua storia che gli ha fatto perdere per strada una fetta della sua molto generosa valutazione respinge al mittente ogni accusa, sostiene di non aver mai usato i segreti aziendali di Waymo e che lo proverà, lo dimostrerà senza ombra di dubbio durante il processo al debutto questa settimana in California dopo un lungo lavoro preparatorio durato circa un anno, culminato con la scelta dei giurati. Dieci persone a cui è stato chiesto, per valutarne l’imparzialità, se tra i loro conoscenti ci fossero autisti di Uber, del rivale Lyft o persino tassisti (vista la solida antipatia che il servizio ha sviluppato nella categoria portando non poche tensioni anche in Italia).

L’incognita Levandowski

A pesare su tutta la vicenda, è l’atteggiamento ambiguo dello stesso Levandowski, che si sarebbe rifiutato di cooperare con l’indagine interna di Uber per accertare davvero cosa sia successo e che perciò, lo scorso maggio, è stato licenziato. Non vivrà in povertà, solo da Google aveva ricevuto una buonuscita record da 120 milioni di dollari («meritata» secondo Larry Page di Alphabet, a cui fa capo Google). E ora si è dato alla fede, aggiornata alle mode della nostra epoca: come racconta il New York Times, vuole creare una religione di una divinità generata dall’intelligenza artificiale. Nuovi santoni crescono. In aula, invece, dovrebbe abbracciare il culto della discrezione, appellarsi al quinto emendamento e rifiutarsi di rispondere, lasciando la battaglia ai legali delle due società.

Ma non è una questione di soldi

Solo nel terzo trimestre del 2017, l’ultimo di cui si conoscono i conti, Uber ha fatto registrare fatturati netti per 2 miliardi di dollari, quasi mezzo miliardo in più rispetto al secondo trimestre. Per quanto dolorosissima, un’eventuale sanzione monetaria non lo condannerebbe alla chiusura. Anzi. Tantomeno arricchirebbe in maniera decisiva Waymo, costola di un colosso, Alphabet, da quasi 800 miliardi di dollari di capitalizzazione e sempre più in rampa di lancio, visti pure gli accordi che toccano l’Italia, come quello chiuso con Fca. Inoltre, lo scrive il Financial Times, entrambi hanno speso di avvocati qualcosa come 300 milioni di dollari, quindi la questione, da una parte e dall’altra, è tutta unicamente d’immagine. Di principio.

Perché la causa è importante

Una condanna impedirebbe a Uber di utilizzare parte delle tecnologie su cui sta fondando il suo futuro senza pilota, in cui Waymo si porrà come un’inevitabile, agguerrita e a quel punto molto avvantaggiata concorrente. E un po’, ancora Uber, smarrirebbe quella nomea di grande innovatore, di coraggioso avanguardista, che si sta conquistando con annunci roboanti come quello dei taxi volanti e altre variazioni, sfumature sul tema del trasporto con conducente. Soprattutto, ne andrebbe della sua credibilità, riconquistata a fatica un passetto alla volta dopo l’anno più difficile della sua storia.

Generazione di copioni?

Non ci vorrà molto, gli Stati Uniti non sono l’Italia: la discussione dovrebbe terminare la settimana che inizia il 19 febbraio e il verdetto potrebbe arrivare entro la fine del mese. A testimoniare saranno nomi del calibro di Sergey Brin e Larry Page, i padri di Google, assieme all’ex controverso ceo di Uber, Travis Kalanick, alla prima apparizione pubblica dopo le dimissioni dello scorso giugno. Insomma, più di un motivo per cui tutti gli occhi del mondo tecnologico siano puntati verso l’aula di tribunale di San Francisco. A processo, in verità, c’è un po’ tutto il sistema della Silicon Valley, «il giusto bilanciamento tra segreti e conoscenza», come l’hanno definito alcuni analisti. Cosa è scolpito in un brevetto e cosa è invece know how che può viaggiare libero tra un cambio d'impiego e l'altro; cosa è conoscenza, prassi obbligatoria del proprio lavoro e cosa, invece, rigido protocollo industriale. Perché se alla fine un giudice dovesse dare ragione a Uber, esponendo Waymo a una causa di rimando per troppo rumore per nulla, accentuerebbe un'evidenza: l'innovazione è un concetto molto più liquido, fluido, vago, di quanto si possa blindare in cassaforte nell’hard disk di un computer.

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