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Vi racconto il futuro del computer

Incontro con Gianfranco Lanci di Lenovo, che spiega quale sarà l'evoluzione del pc. E come avere successo negli affari con i cinesi

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Marco Morello

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da Las Vegas

Nel mondo della tecnologia monopolizzato da manager americani e asiatici, l’eccezione, il nome italiano che ricorre, è quello di Gianfranco Lanci. Da una trentina d’anni colleziona ruoli di vertice in colossi internazionali: prima nella statunitense Texas Instruments, riferimento storico per calcolatrici e stampanti; poi nella taiwanese Acer, gigante dei computer di cui nel 2008 è diventato amministratore delegato globale. Fino all’approdo nella cinese Lenovo, dov’è partito nel 2012 guidando Europa, Medio Oriente e Africa e oggi è presidente mondiale, responsabile della divisione pc, mobile e di tutti i dispositivi intelligenti di nuova generazione. Inoltre è il Chief Operating Officer, il direttore operativo di quest’enorme multinazionale da 45 miliardi di dollari di fatturato, leader nel settore dei personal computer e proprietaria del marchio Motorola.

 

Lanci è un regista preciso, ossessionato dai dettagli: «Lo ammetto. Sto lì a presidiare, a mettere becco nei prodotti, a controllare il più possibile ogni giorno» confida a Panorama, che lo incontra negli Usa durante il Ces, la fiera dell’innovazione di Las Vegas. «È utile una visione dell’alto» racconta «ma devi scendere sulla terra per capire cosa sta succedendo davvero». Di prospettive aeree e di atterraggi, Lanci se ne intende come pochi: globetrotter incallito, è spesso a corto di pagine sul passaporto vista la sua spola perenne tra Hong Kong, dove ha l’ufficio, la Svizzera, dove vive, le altre sedi di Lenovo sparse ovunque sul mappamondo. In ossequio alla sua laurea al Politecnico di Torino, chi lavora nel suo staff lo chiama soltanto l’ingegnere. Ma un’altra definizione gli calza bene: il matematico. Perché Lanci ha risolto un’equazione complessa, per molti causa di sforzi titanici, naufragi e scivoloni: avere successo in Oriente. Lui c’è riuscito, ottenendo incarichi in prima linea da società che di norma mettono solo figure locali nei ruoli che contano, non stranieri arrivati dall’altra parte del pianeta.

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Gianfranco Lanci è corporate president e chief operating officer di Lenovo. È stato Ceo di Acer, dopo una carriera quasi ventennale in Texas Instruments. Sposato, ha tre figli. – Credits: Lenovo

Domanda difficilissima: come si fa a imitarla? O almeno, da dove si comincia?

Costruendosi una reputazione, trovando innanzitutto un appoggio locale, anche per abbattere la barriera della lingua. E poi, quasi tutti gli asiatici sono abbastanza diffidenti, perciò occorre mostrarsi concreti da un lato e affidabili dall’altro. Considerando che talvolta loro non lo sono altrettanto, perché danno al tempo un significato diverso dal nostro.

Si spieghi meglio.

In Occidente si tende a fare le cose nel più breve intervallo possibile, loro preferiscono arrivarci un passettino alla volta. Dunque, mai essere avventati. L’aggressività, nemmeno nel senso buono del termine, non paga. Perché altrimenti si chiudono a riccio.

Il caso recente di Dolce & Gabbana ha dimostrato quanto possa essere radicale questa chiusura.

Rispettare le tradizioni vale dappertutto, anche se si vuole fare affari in Arabia Saudita o in Italia. In Cina funziona mostrarsi curiosi della loro storia millenaria, ne vanno fieri.

Pechino resta davvero l’approdo più sensato per un’azienda con mire internazionali?

Dipende dalla misura delle proprie ambizioni in termini di export. È un mercato da un miliardo e mezzo di persone. Sta cercando un compromesso tra rimanere la fabbrica del mondo e consacrarsi come pensatoio d’innovazione.

È in quell’area che si sta scrivendo l’evoluzione della specie computer. Non lo davano per morto?

Tutt’altro, negli ultimi trimestri è tornato a crescere. Sta cambiando, sa riconoscere con accuratezza la voce di ogni individuo, che diventerà la password primaria dopo l’impronta digitale e il viso. Trascrive e traduce simultaneamente in lingue diverse. Vive in altri oggetti come gli smart speaker, i diffusori intelligenti che permettono di interagire vocalmente con la tecnologia, mantenendo le mani libere. 

La risposta è di sicuro già lì, nascosta nei vostri laboratori di ricerca e sviluppo. Può anticiparci come sarà il pc del futuro?

Lavorerà in maniera omogenea con lo smartphone. Se stiamo guardando un contenuto sul telefonino, lo ritroveremo sul computer. Che sarà always on, sempre pronto all’uso come il cellulare. Magari avrà un secondo display che raccoglie le notifiche principali.

Sarà identico per forma e dimensioni a quelle attuali?

Gli schermi flessibili sono vicini e spalancheranno frontiere inedite. Arriveranno dispositivi con la medesima potenza dei pc che, potendosi piegare in due, risulteranno più portatili. Negli ultimi trent’anni l’aspetto esteriore dei laptop è stato obbligato, limitato, ora c’è un nuovo capitolo da scrivere.

E l’intelligenza artificiale, oramai chiamata sempre in causa, che ruolo pratico avrà?

Interverrà sulla personalizzazione dell’esperienza, sarà predittiva. Imparerà cosa facciamo e ci darà suggerimenti ad hoc. Se si accorgerà che stiamo andando a uno dei nostri ristoranti preferiti nel suo giorno di chiusura, ci avvertirà proponendoci un’alternativa. O ci dirà in automatico se abbiamo sbagliato strada mentre cerchiamo di raggiungere una destinazione abituale.  

In questo affresco c’è ancora spazio per la realtà virtuale?

Per alcune applicazioni e in determinati ambiti. Può essere utilizzata per dare modo ai pazienti di visitare un ospedale prima di essere ricoverati o far visualizzare loro le procedure mediche per ridurne l’ansia. Nelle scuole consente agli studenti di immergersi in esperienze alle quali normalmente non avrebbero accesso, come entrare in contatto con animali di altri continenti o partecipare a esperimenti in un laboratorio digitale. 

A proposito di formazione, se un curriculum di un ragazzo finisse sulla sua scrivania, che vorrebbe leggere? Quale elemento gli darebbe maggiori possibilità di essere assunto?

Il fatto di essere mobile. Non faccio mai attenzione al voto. Preferisco un giovane che ha impiegato un anno in più a laurearsi, ma l’ha passato a studiare da un’altra parte.

Com’è l’Italia vista da lontano?

Talvolta preoccupante. Per gli investitori non c’è certezza e per chi fa business è la cosa peggiore. Non è questione di dover pagare di più o di meno, basta saperlo e si fanno piani adeguati. In Italia oggi va in un modo, domani può cambiare tutto. All’estero si percepisce e rappresenta un freno per il nostro Paese. È un peccato.   

In compenso, lei fa impresa in Italia.

Ho una piccola cantina in Piemonte, produciamo circa 90 mila bottiglie. Per metà Barolo, poi Dolcetto, Barbera e altri vini tipici della zona. Però devo correggermi, personalmente non produco nulla. Piuttosto, consumo.

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