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Federico Faggin: "I robot non avranno mai una coscienza"

Incontro con l'inventore del microprocessore, che spiega perché le macchine non potranno provare emozioni, né sottometterci

Ai computer ha dato il cuore, non solo in modo astratto, non solo perché ha speso una vita intera a studiarli e migliorarli. Federico Faggin, fisico vicentino emigrato mezzo secolo fa in California, ha progettato e costruito il primo microprocessore: il minuscolo cervello di chip, il circuito elettronico che li fa funzionare. Il motore dei pc e, oggi, in versione rimpicciolita e potentissima, anche di tablet e smartphone.

La sua invenzione, «un’unità centrale di grande affidabilità ad alta velocità» come la riassume lui, è stata un tale pilastro per il progresso umano da valergli una medaglia. Di nuovo, non in senso figurato: a fargliela scendere intorno al collo nel 2010, per «l’impatto significativo sull’economia globale e la vita quotidiana delle persone», è stato l’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Nel frattempo, negli Anni Ottanta, con una società da lui fondata, la Synaptics, ha perfezionato e lanciato touchpad e touch screen, ovvero le vie principali con cui interagiamo con i nostri dispositivi fissi e mobili.

Federico-Faggin

Federico Faggin, 76 anni

Pioniere in Silicon Valley

Faggin, cervello in fuga più per casualità che per necessità («sono partito per uno scambio d’ingegneri tra due ditte consociate, mi hanno chiesto di restare e ho detto sì» ricorda), approdato in Silicon Valley quand’era ancora sgonfia la bolla delle start-up («ma c’era già un’energia fattiva, una passione per il gioco di squadra»), si esprime in un italiano dotto, piacevole e ricercato, in cui incastra istintivamente termini inglesi. Torna spesso e volentieri nel nostro Paese, la prossima per partecipare al «Festival della scienza», in programma a Genova dal 26 ottobre al 5 novembre. Tra i suoi interventi, una lectio magistralis che nel titolo regge un quesito decisivo: «I robot del futuro saranno intelligenti e in grado di provare emozioni?». «Enormemente più veloci ed efficienti di oggi, sì. Coscienti ed empatici, no. Hanno il buio dentro, non potranno mai essere consapevoli» è la risposta, netta, che il fisico anticipa al telefono con Panorama dalla sua casa sulle colline vicino San Francisco.

Senza pensiero

La sua posizione è in controtendenza rispetto a una scuola molto florida sulla costa Ovest americana, secondo la quale, guadagnando possanza di calcolo, le macchine, a un tratto, genereranno pensiero: avranno modo, in una fase a venire del loro esponenziale sviluppo, di godere e struggersi, offendersi o arrabbiarsi. «Sono palle» rimarca tagliente Faggin: «Tali teorie muovono dal postulato che tutto sia materia e dunque, automaticamente, a un certo livello di complessità anche la consapevolezza possa emergere dalla materia medesima». Nel caso specifico, da una scatoletta di chip microscopici e portentosi: «Sono trent’anni che io stesso ci ragiono. E mi trovo a concludere che la percezione senziente è una proprietà della natura, non di un oggetto comunque artificiale, per quanto raffinato». Un esempio aiuta a chiarire: «Un computer funziona per segnali elettrici. Ma sensazioni come il profumo di una rosa percepito dal cervello umano, vanno oltre. Includono una dimensione a sé, incommensurabile, superiore». Un’essenza forse spirituale, di sicuro non religiosa secondo la visione di Faggin: «La spiritualità» scandisce «è la capacità di vivere esperienze che trascendono l’aspetto materiale. Esperienze personali, non dogmi intoccabili che la religione tende a codificare per giustificare l’esercizio di un potere temporale».    

Scovarla e tentare di spiegarla, di definire la struttura di quelle esperienze, è la prossima suggestiva sfida dello scienziato, che assieme alla moglie Elvia ha istituito nel 2011 una fondazione dedicata «a capire la consapevolezza attraverso ricerche teoretiche e sperimentali». Detto in altri termini, se non matematizzare i sentimenti, quantomeno comprenderne le caratteristiche, «prevederne il comportamento in modo ripetibile e verificabile».

«Il principale merito dell’intelligenza artificiale sarà quello di consentire ai robot di svolgere alcune operazioni più velocemente di noi. Ma non avremo motivo di sottometterci a loro o di sentirci inferiori. Anche perché continueranno a sbagliare»

Il vero ruolo dell’intelligenza artificiale

Una missione per molti impossibile che sconfina nell’assurdo, non per chi ha accelerato il passo della tecnologia inventando il microprocessore e si muove in un contesto in cui i vicini di laboratorio speculano di computer capaci un giorno d’innamorarsi o finire per dominarci: «Il principale merito dell’intelligenza artificiale» prevede il fisico «sarà quello di consentire ai robot di svolgere alcune operazioni più velocemente di noi. Ma non avremo motivo di sottometterci a loro o di sentirci inferiori. Anche perché continueranno a sbagliare». A fraintendere, per esempio, le espressioni del nostro viso, pur riconoscendole: «Sebbene allenatissima, una macchina non interpreterà mai il senso di una smorfia fatta in maniera ironica. Di nuovo, le occorrerebbe una consapevolezza che non possiede».

Dopo il microprocessore, il touch    

Faggin vanta uno storico credibile con le previsioni sul futuro, può esibire un robusto curriculum da pioniere. Per dire, si è accorto subito che sfiorare lo schermo rappresentava un comodo punto di svolta rispetto a digitare sulla tastiera di un telefono: «Mostravamo il nostro touch screen a Nokia e Motorola» svela «però non lo volevano. Poi, quando Apple ha iniziato a usarlo, l’hanno adottato tutti». Ed è andato a ruba. Sapeva che il microprocessore sarebbe diventato ubiquo, indispensabile, perciò ha lasciato l’Intel e fondato una sua società, la Zilog, per costruirlo e perfezionarlo. Il più famoso, lo Z80, è stato un successo internazionale rimasto in commercio per quarant’anni.

Osservatore appassionato dei nessi tra materia e pensiero, non si aspettava invece l’invasione dei social network: «Assieme agli smartphone, hanno avuto un impatto più profondo del pc. Ma risultano un po’ ridicoli, sono il segno non positivo di un abuso della tecnologia, che va adoperata per migliorare la vita». Nell’affermarne la totale neutralità, l’incapacità d’intendere e volere, la affranca da qualsiasi responsabilità: «Non possiamo incolparla di nulla. La tecnologia» ribadisce «non ha coscienza». Ai computer Faggin avrà pur dato il cuore, ma non concede il privilegio troppo umano dell’anima.

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