Roberto Catania

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Questa volta i millennials non c'entrano, e nemmeno il divario generazionale fra giovani e meno giovani, con i secondi che si sforzano di capire i primi (senza riuscirci). La rivoluzione delle emoji riguarda tutti - uomini, donne, grandi e piccini - senza distinzioni di sorta.

Come ebbe modo di spiegare a suo tempo Shigetaka Kurita, il papà delle prime faccine stilizzate, si tratta di un fenomeno “trans-generazionale” che soddisfa un'esigenza comune fra tra tutti gli utenti mobili, di qualsiasi età: quella di riuscire a trasmettere emozioni in un modo differente da ciò che si può fare con un testo.

La nuova grammatica dei segni

Solo che la questione sembra esserci un po' sfuggita di mano. Basta buttare l’occhio su una chat fra quarantenni – ma il discorso potrebbe essere esteso a qualsiasi altra decade anagrafica in età adulta - per capire che ormai è tutto un fiorire di sorrisini, cuoricini, bacini, scimmiette e icone di ogni tipo. E no, non si tratta di un suggello, di un segno che viene apposto di tanto in tanto, magari alla fine di una frase, giusto per colorare il tono di una conversazione.

Le emoji sono ormai una parte nodale delle nostre comunicazioni digitali, una grammatica parallela che piano piano si sta fondendo a quella tradizionale.

Quasi un miliardo di messaggi al giorno fatti di (sole) faccine

La conferma arriva dalle statistiche: il numero di emoji scambiate raddoppia di anno in anno. Su Messenger, per dire, ogni giorno vengono inviate più di 900 milioni di faccine senza testo. Sì, avete capito bene: quasi un miliardo di messaggi che transita quotidianamente su quella che con WhatsApp è la più famosa piattaforma di messaggistica del mondo contiene solo ed esclusivamente emoji.

Siamo al nichilismo della parola scritta? Può darsi. Di sicuro il trend che stiamo vivendo sembra riportarci indietro di migliaia di anni, quando il grafema non era ancora nato e il genere umano comunicava a mezzo di pittogrammi.

Un salto all'indietro di 4.000 anni

Così c'è chi ha già decretato la vittoria del linguaggio dei segni e chi addirittura parla di ritorno all'età dei codici, un termine che allude alle tavole di Hammurabi e all’epoca della scrittura cuneiforme. In fin dei conti mettendo insieme tutte le emoji disponibili sui telefonini di ultima generazione si arriva a un numero prossimo alle tremila unità (2.800 per l’esattezza), che poi è all’incirca il numero dei geroglifici utilizzati nell’antico Egitto.

Ai posteri come sempre l'ardua sentenza. Ma il dubbio, più che ragionevole per chi crede ai corsi e ai ricorsi storici, è che la verità venga a galla solo fra duemila anni. Quando qualcuno proverà a fare luce sulla civiltà delle faccine, così leggera e sintetica da aver lasciato a un set di icone predefinite il compito di raccontare le proprie emozioni. 

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