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Catastrofi e terrorismo, così la tecnologia aiuta a prevenirli

Droni instancabili e telecamere dotate d’intelligenza artificiale, sensori, biometria e reti portatili. Viaggio nel futuro della sicurezza

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Marco Morello

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Ci sono piccole, potenziali catastrofi della vita quotidiana, attimi di panico come quelli dentro un padre che perde il figlio in un gigantesco centro commerciale. Risolve tutto un sistema di telecamere equipaggiate con l’intelligenza artificiale, che da una foto del bambino presa dal cellulare del genitore, tramite il riconoscimento di migliaia di volti che transitano tra negozi e corridoi, in pochi attimi segnala dov’è finito il piccolo smarrito. Senza un annuncio nell’altoparlante, appuntamenti fumosi presso banchi informazioni introvabili, labirintiche lungaggini.

Dal micro al macro

Ci sono catastrofi collettive degne di questo nome, terremoti, tsunami, attacchi terroristici. In cui droni, occhi elettronici con sensori termici e di movimento che vedono attraverso i muri, reti portatili per trasmettere in tempo reale le immagini a una centrale operativa, diminuiscono il conto delle vittime. O lo azzerano, tramite la prevenzione. Di nuovo, la telecamera intelligente di cui sopra. Che in un aeroporto si accorge di un bagaglio incustodito troppo a lungo e dà l’allarme. Che su una piazza individua da targa, modello e colore il camion rubato, al quale la polizia stava dando la caccia da ore.

Progresso e autoritarismo

Benvenuti nel mondo della tecnologia utile, che da vezzo tascabile per selfie e faccine, si rende indispensabile strumento, angelo custode. Un ambito in cui concetti come realtà aumentata oppure occhiali con visori notturni, sigle come AI, assumono un peso decisivo. Accanto a metodi antichi, ancora cruciali nelle emergenze, come la voce, la radio. Fondamentale, oltre perché sempre funzionale, immune a blackout di reti accidentali o voluti, in quanto imperativa. Tirannica: «Non è democratica, elimina qualsiasi gerarchia delle comunicazioni. Premendo un pulsante e parlando, chi è al comando dice cosa serve. Chi ha un problema grave, spiega di cosa ha bisogno» ragiona con Panorama.it Sirio Magliocca, amministratore delegato per l’Italia di Motorola Solutions, tra le aziende più attive a livello internazionale nel costruire le nuove frontiere della sicurezza pubblica e privata tramite soluzioni di ultima generazione.

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Agente con una radio – Credits: Motorola Solutions

Prima e durante

«I livelli sono due: tempo di pace e tempo di guerra» elenca Magliocca: «Nel primo caso, occorre la strategia, allenarsi, prepararsi. Nel secondo, per guerra s’intende qualsiasi emergenza, caso eccezionale, situazione limite, serve essere rapidissimi. Tempestivi. Agire quasi come automi». Cominciando per l’appunto creando un contatto vocale tra i soccorsi via radio, accendendo successivamente gli effetti speciali. Con scatolotti, si perdonerà la banalizzazione, come quelli appena presentati da Motorola Solutions, che pesano meno di 6 chili, si attivano in cinque minuti e creano una rete LTE capiente, per un massimo di 100 utenti nel raggio di un chilometro. Così vigili del fuoco, membri della protezione civile e altre figure chiave in scenari critici possono scambiarsi dati, foto, video, posizioni, qualsiasi cosa serva per essere più tempestivi anche dove un terremoto o un’inondazione ha spazzato via i ripetitori e spento il segnale cellulare.

Il drone con il guinzaglio

La connettività è la premessa, poi ecco i rinforzi. «Il secondo strato, possiamo chiamarlo così» dice Lorenzo Spadoni, curriculum da ingegnere, government account manager per l’azienda americana: «Sensori per captare fughe di gas. Oppure droni cosiddetti “tethered”, che volano ma sono collegati al suolo con un filo». Un espediente per dotarli di un’autonomia generosa, di giorni, e una connessione dati a larga banda con la quale possono trasmettere a terra quello che scorgono, il flusso in diretta dell’area che stanno monitorando. Senza l’obbligo di farli atterrare ogni volta per sostituire le batterie o ricaricarli. Un’incombenza evitabile in un momento in cui la priorità deve essere soccorrere feriti e trovare sopravvissuti.

Nel cuore dei soccorsi

Come già accennato sopra, la tecnologia può essere molto utile anche in fase preventiva. Per evitare incidenti, o minimizzare i rischi che accadano. «Ed entriamo nel campo della biometria» chiosa Magliocca: per esempio, un agente di polizia potrebbe indossare una fascia toracica con un sensore grande quanto una moneta posto all’altezza del cuore. Se è sotto stress, se il battito accelera all’improvviso, il sistema rileva l’anomalia e fa partire la diretta delle immagini registrate da una telecamera sulla divisa, così la centrale vede in tempo reale cosa sta accadendo. Oppure, durante un’emergenza, un elettrocardiogramma perenne vigila sullo stato di salute dei soccorritori, intimando loro di fermarsi per un po’ se non sono più in condizione di continuare il loro lavoro, per eccesso di stanchezza e difetti di lucidità. Nella categoria, in passato, si sono registrati degli infarti. Eroismo è un conto, totale imprudenza che annienta qualsiasi principio di autoconservazione è un altro. La tecnologia, in definitiva, serve anche a questo: a mettere logica dentro una tragedia, a prevenire atti plateali di crudeltà umana come il terrorismo, ad alleviare gli effetti di un evento inevitabile come una catastrofe naturale.

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