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L’auto che si guida da sola? Impara dalle dash cam

Basta un'app e un cellulare attaccato al parabrezza per dare ai sistemi di guida autonoma una nuova fonte inesauribile (e più economica) di dati utili

Auto che si guida da sola traffico

Roberto Catania

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Guida autonoma, a che punto siamo? L’interesse delle case automobilistiche, la collaborazione delle software-house (Google in testa) e il supporto delle istituzioni stanno spingendo tutta l’industria a muoversi a grande falcate verso la prima auto senza volante.

Il traguardo resta tuttavia ancora distante. Tecnologia, costi e regole hanno bisogno di perfezionarsi (possibilmente in sincrono) per passare dall’attuale fase sperimentale a una prima vera commercializzazione di massa.

Questione di costi

In questo preciso momento storico, tutto il movimento sta cercando di trovare alternative – efficaci, ma anche economiche – alle soluzioni che hanno segnato questo primo decennio di sperimentazioni. Una su tutte, il Lidar. Il radar laser che ha equipaggiato la prima generazione di automobili a guida autonoma (compresa la Google Car) è senza dubbio uno strumento valido per orientare le auto senza conducente ma purtroppo assai costoso. Da qui l’interesse di aziende (e investitori) sulle fotocamere e sulle videocamere ad alta risoluzione, soluzioni più semplici – e dunque economiche – che con le opportune implementazioni potrebbero dare al settore una spinta decisiva verso uno sviluppo sostenibile.

È in questo filone tutte quelle startup che stanno lavorando sull’interazione con le cosiddette dash-cam, le videocamere da attaccare al parabrezza che in molti paesi (è il caso della Russia) rappresentano un detterrente contro le frodi assicurative. Una di queste - Ghost Locomotion – ha appena raggranellato fondi per 15 milioni di dollari per lo sviluppo di una soluzione il cui obiettivo suona tanto utopistico quanto attraente: “Ghost è una soluzione progettata per guidare come te”, si legge sul sito di questa giovane realtà californiana che ha fra i suoi co-fondatori anche un ex ingegnere di IBM Watson. 

L'occhio (indiscreto) dello smartphone nutre l'AI

La promessa, dai toni sicuramente esagerati, si basa su un assunto che è tutto fuorché fumoso: i dati per istruire l’intelligenza artificiale ci sono già, basta solo intercettarli. Ad esempio negli abitacoli di tutti quegli automobilisti che ogni giorno utilizzano il proprio cellulare come una videocamera dash.

Per questo motivo, lo scorso aprile Ghost Locomotion ha lanciato un’app per cellulari Android denominata MileMarker, il cui funzionamento ricalca quello delle dash-cam tradizionali ma con in più la possibilità di aggregare i dati del GPS e di salvarli su un cloud dalla capacità illimitata. Sulle policy del Google Play store si legge: "L’app raccoglie e analizza le registrazioni video e di sensori di guida per fornire una presentazione arricchita (all'utente) e memorizza tutti i dati sorgente [...] in modo anonimo".

Una montagna di dati in arrivo?

Il principio non è molto diverso da quello utilizzato da un'altra società specializzata in soluzioni per la guida autonoma, Comma.ai, che sfrutta il Gps e le fotocamere dei telefonini come cavallo di Troia per incrociare le immagini del percorso stradale con i dati di movimento dell’auto (velocità media, traffico in base al segmento di strada percorso). Un approccio di questo tipo, è evidente, consente di racimolare un numero davvero elevato di informazioni in brevissimo tempo e di darle in pasto ai sistemi software cosicché possano affinare le proprie capacità nell’ottica di una futura "patente" universale.

Non siamo ancora alla soluzione che può risolvere tutte le incognite che ancora pesano sul futuro delle self-driving car ma è di sicuro un'arma in più da dare all'intelligenza artificiale per avvicinarsi al modo di pensare (e di guidare) e degli esseri umani. Cercando magari di eliminarne quegli errori che ancora oggi rappresentano la prima causa di incidenti stradali.

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