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Asus, viaggio nella sede di Taipei dove nascono i pc di domani

Dietro le quinte dell’azienda che, forte dei suoi trent’anni di storia, progetta i computer del futuro

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Marco Morello

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da Taipei

Nello stupore generale, all’improvviso un carrello viene spinto dentro la sala riunioni. Non c’è l’occorrente per improvvisare un buffet per i presenti, ma una dozzina abbondante di computer. Con cura, più un filo di comprensibile sussiego, vengono disposti sopra il tavolo, uno affiancato all’altro. A vederli così, in un attimo, la memoria si popola di ricordi, di forme familiari: c’è quello con la cover in legno di bambù, quell’altro rivestito in pelle; le varie edizioni speciali realizzate in collaborazione con Lamborghini (per ribadire il concetto, qualcuno ha portato il modellino giallo fiammante di un bolide) con i loro cofani aggressivi, un sottile Ultrabook che sembra progettato ieri, ma invece ha già qualche stagione alle spalle, fino a un colosso massiccio dallo schermo esagerato e l’impianto audio ruggente firmato Bang & Olufsen. Di tutto, per tutti.

Parata di icone

Non siamo in un museo della storia dell’informatica, ma l’accostamento ci sta a pennello. Ci troviamo a Taipei, zona nord che per una metropoli tentacolare non sarà mai periferia, nel quartier generale di Asus. L’azienda taiwanese che tramite diverse innovazioni – d’ingegnerizzazione, concept, design – ha contributo a portare i computer allo stato dell’arte attuale. E rilancia le loro ambizioni, specie adesso che sembrano insidiati dallo strapotere degli smartphone. Assieme a Intel ha sdoganato l’Eee Pc, la democratizzazione del laptop, una sua versione compatta, dalle prestazioni all’altezza degli usi standard, ma dai prezzi molto aggressivi. Un successo di massa. Ha spinto nell’arena ibridi tra telefono e pc, il primo da incastrarsi nel secondo per fornirgli il potere di calcolo, anticipando una tendenza che molti produttori vanno esplorando oggi. Ha sfumato i confini tra tablet e notebook, sotto quella bandiera della versatilità che di nome fa convertibile. E non ha smesso di avanzare, di sperimentare: in coincidenza del Computex, ha appena svelato un prodotto con un doppio schermo, votato ad aumentare la produttività in mobilità. O moltiplicare il divertimento.

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La Gioconda di schede madri all'ingresso del quartier generale di Asus – Credits: Marco Morello

Tempo di celebrazioni

Il 2019, per Asus, non è un anno qualsiasi. La sua storia si riavvolge fino alla fondazione, al 1989, trent’anni esatti fa. Comincia tutto con una scheda madre. Il cuore dei computer, il cervello che consente loro di lavorare. Seguirà, nel 1996, la prima scheda grafica. Ancora, prima della forma, la funzione. In un gioco di prestigio, sono loro, un mosaico di schede, le protagoniste che catturano l’attenzione nell’atrio spazioso e ordinato dell’azienda. Sono disposte su un quadro, una tela poggiata in verticale che vista da lontano rivela la sagoma della Gioconda di Leonardo da Vinci. Sottinteso scontato: qui la tecnologia si vive come un capolavoro, come un’opera d’arte. C’è una normale dose di retorica, è evidente, ma sfumata da un vigoroso senso pratico. Che si concreta, innanzitutto, al piano inferiore di questo slanciato grattacielo di vetro e acciaio in cui lavorano 4 mila persone. Lasciati in una stanza cellulari, macchine fotografiche e qualsiasi altro orpello dotato d’obiettivo, possiamo entrare anche noi. Per visitare un laboratorio segretissimo: la sala delle torture.

 

L’ossessione per la qualità

Qui una serie di macchinari meccanici ed elettronici sballottolano i pc, li pressano, li fanno vibrare, li sottopongono con scientifico sadismo a surriscaldamenti e temperature sottozero da raffreddore assicurato. C’è un braccio meccanico che apre e chiude i coperchi con un ritmo instancabile, un altro che li ribalta in ogni direzione o precipita le scatole da altezza scrivania fino al pavimento; un altro ancora che, con le sue dita di circuiti, preme i tasti senza sosta o infila e sfila chiavette usb dalle porte sui lati con un movimento cadenzato e ipnotico. Prima di approdare sul mercato, tutte le macchine di Asus vengono sottoposte a questa maratona della resistenza, a questo sadismo di sapore medievale che ne assicura, una volta finiti sotto le nostre mani, l’impermeabilità totale a usi prolungati e improvvidi gesti maldestri.

 

L’antitesi della Silicon Valley

Tali cautele sono estese agli esseri umani, ai dipendenti dell’azienda. Non certo testandoli, ma sostenendone vocazioni ed estro. La filosofia è «ispirare, motivare e nutrire gli impiegati per esplorare al massimo il loro potenziale». Lo sancisce un cartello in quattro punti, «Asus business philosophy», che campeggia non lontano dall’ingresso. Lo ricordano qui e lì in modo giocoso, i poster a fumetti di Zenny, l’allegra mascotte della compagnia: invita tutti a dormire, fare attività fisica, prendere il sole e vivere il più possibile all’aria aperta, bere tanta acqua, mangiare frutta e verdura. C’è un’impronta di paternalismo, un interesse legittimo a promuovere il benessere, ma la bontà letterale del messaggio rimane. Mentre sono assenti i feticci tipici dei campus californiani, alla lunga stucchevoli nella loro serialità: anziché il solito tavolo da ping pong o il calcio balilla, ecco piuttosto una palestra attrezzata, un’area per allenarsi con un personal trainer su appuntamento, una stanza per fare pilates, un campo polifunzionale per basket e altri sport, due piscine. Com’era? Già, mens sana in corpore sano. Meglio di cazzeggio quando capita. La mensa, invece, è il paese dei balocchi per i buongustai. Un ampio buffet, piccoli ristorantini tematici modello Eataly che servono, preparati al momento, ravioli, noodles, hamburger. C’è pure uno Starbucks, che prende il nome del cliente, lo scrive sul bicchiere, lo riempie di Frappuccino e tutto il resto. Cosmopolitismo doveroso di una compagnia internazionale.

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La filosofia di Asus – Credits: Marco Morello

Il cantiere del futuro

Di una mattinata trascorsa dietro le quinte, il momento più interessante assieme al laboratorio delle crudeltà utili è l’incontro con i designer. In tutto sono 200, uno squadrone. Volti giovani, molte donne, indossano una maglietta nera con sopra il logo del prodotto che hanno curato, come in una squadra di calcio. Chi lo ZenBook, chi il VivoBook, la linea che strizza l’occhio a un pubblico di creativi under. Per non adagiarsi nell’abitudine, si cambiano periodicamente le divise: ognuno va in un altro team, così può esercitare la sua creatività a tutto campo. Sembrano entusiasti, straparlano in un inglese provetto. La loro missione la sintetizza Jonney Shih, che dal 1993, praticamente dagli inizi, è il presidente di Asus: «Cerchiamo innovazioni incredibili per creare una smart life che sia il più possibile ubiqua, intelligente e gioiosa per tutti». Gioiosa: termine interessante, ma a questo punto dovrebbe essere chiaro quanto coerente con lo spirito della compagnia.

Gli ingredienti dell’innovazione

A uscire dalla teoria, ad addentrarsi verso la pratica, provvede invece Eric Chen, vicepresidente corporate, supervisore di tutte le serie chiave di prodotto, inclusi telefoni e tablet oltre ai pc. È lui a dettare le linee guida, a immaginare i pilastri di domani. Su tutti, per i computer, «la possibilità di avviarsi immediatamente, senza attese, di essere always on come lo smartphone» anticipa a Panorama.it. Operativi in un battito di ciglia, con le notifiche immediatamente a disposizione, eliminando la necessità di avviare programmi – la posta elettronica, il calendario, le chat – per leggerle. Non vediamo l’ora. Ci sarà il mouse? Sì, ma: «La voce avrà un ruolo centrale». Avranno ancora la tastiera fisica, o sarà virtuale, comparirà all’occorrenza sullo schermo come mostrato da Asus stessa in un suo concept di prodotto? Chen ci pensa un attimo, poi risponde con una formula elaborata, una perifrasi che è un’ammissione: «Ogni innovazione» dice «è un riflesso dell’epoca in cui viene sdoganata. Ricorda il BlackBerry? Un tempo era impensabile uno smartphone senza una tastiera fisica, ora nessuno la vuole. Con il pc potrà succedere la stessa cosa. È una questione di generazioni, di digerire alcuni cambiamenti. Richiede tempo». Tirando le somme: avremo un pc subito operativo, magari senza tasti se non digitali, di sicuro predisposto per la realtà aumentata. «Funzionerà. Ha più senso di quella virtuale» assicura Chen. Confermando una sensazione che s’affaccia alla mente fino a diventare una certezza. Basta mezza giornata trascorsa qui dentro, girovagando per sale e corridoi, parlando con impiegati e dirigenti, per rendersene conto: Asus è già al lavoro sui suoi prossimi trent’anni.

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