Questa settimana GoPro ha annunciato la chiusura della divisione droni e il licenziamento di circa 300 dei suoi attuali 1250 dipendenti, praticamente il 20% della sua forza lavoro.

Tutta colpa della “domanda debole”, ha spiegato il 42enne amministratore delegato della società Nick Woodman, che per smorzare l’impatto della mega-sforbiciata ha pensato bene di ridursi il suo compenso per l’anno in corso a un misero, simbolico dollaro.

Pronti a vendere

Insomma, la società americana famosa per le sue action cam non tira più come una volta. Ma soprattutto non riesce ad allargare i suoi orizzonti. Il mercato dei droni, da molti definiti le action cam del futuro, è stato abbandonato dopo poco più di un anno dal suo approccio.

Per gli analisti è l’inizio della fine. Che potrebbe voler dire anche cambio di proprietà. Secondo quanto riportato da CNBC, i vertici di GoPro avrebbero già dato mandato a JP Morgan di cercare pretendenti sul mercato interessati a fare partnership o, addirittura, ad acquistare la società.

Un’ipotesi, quest'ultima, tutt’altro che campata in aria. GoPro in fin dei conti può fare gola a tanti, sia per i prodotti a catalogo, sia soprattutto per la grande community di appassionati che è riuscita a radunare in questi anni. Senza contare che, dopo il crollo azionario nell’ultimo biennio, il valore di capitalizzazione si è ridotto a un terzo della quotazione iniziale del 2014.

Com'è cambiato il mercato

Fin qui i fatti. Resta ancora da capire come abbia fatto uno degli esempi più fulgidi di business tecnologico dei nostri tempi a implodere in così poco tempo. Quell’azienda che solo quattro anni fa veniva decantata da Forbes come uno dei fenomeni più esplosivi del digital imaging sembra avere perso non solo il suo spirito visionario, ma anche la capacità di reagire alle mosse della concorrenza.

Quel che è certo è che rispetto agli anni d’oro molte cose sono cambiate. Nel 2004, anno in cui GoPro vendeva la sua prima fotocamera sui generis, l’iPhone non era stato nemmeno inventato e le fotocamere sui telefonini erano poco più che un orpello. Fino alla fine della prima decade del nuovo millennio, si può dire che acquistare una fotocamera stand alone da abbinare al cellulare fosse quasi necessario.

Oggi non è più così. I telefonini di ultima generazione, anche quelli di fascia bassa, dispongono di funzionalità fotografiche molto evolute: hanno sensori con risoluzioni importanti, mettono a fuoco con precisione e in tempi rapidissimi, integrano fotocamere doppie con obiettivi grandangolari, girano video in 4K con la possibilità di effetti rallenty e time-lapse e in alcuni casi sono persino impermeabili. Insomma, se si esclude la video-fotografia sportiva in soggettiva, non ci sono più tante ragioni per acquistare quella che in fin dei conti resta un’appendice fotografica del cellulare.

Fare hardware in Occidente? Una missione (quasi) impossibile

C’è poi un secondo aspetto da considerare. Costruire hardware oggi è decisamente più difficile di dieci anni fa. La concorrenza, soprattutto quella cinese, sembra avere una marcia in più. Non tanto per la capacità di reperire con più facilità e a prezzo ridotto i componenti essenziali per la costruzione dei prodotti (le stesse GoPro sono prodotte in larga parte in Cina), quanto piuttosto per un discorso di competenze ed economie di scala.

Se la Silicon Valley è ormai universalmente riconosciuta come la culla del software e dell’intelligenza artificiale, la Cina - e in particolare il distretto di Shenzhen - sono ormai il cuore della produzione mondiale di buona parte dei gingilli che vediamo esposti nei negozi di elettronica di consumo.

Il nemico arriva dal cielo

Proprio da Shenzhen arrivano i droni marchiati DJI, secondo gli addetti ai lavori la realtà che più ha contribuito a inasprire la crisi di GoPro. Sfruttando parte degli stessi chip utilizzati proprio da GoPro per i suoi prodotti, DJI è riuscita a costruire in pochi anni una flotta di droni che ha davvero pochi pari nel mondo. Anche dal punto di vista fotografico.

Molti dei quadricotteri di questa società cinese sono infatti in grado di tracciare autonomamente il “padrone” e di videoriprenderlo dall’alto per tutta la durata della sua performance, sia essa una discesa sugli sci piuttosto che un giro in barca a vela. Il primo drone GoPro - il Karma - è arrivato solo l’anno scorso, forse troppo tardi per impensierire una società che sforna circa 4-5 nuovi prodotti l’anno, detenendo quasi il 70% di quote di mercato.

Un futuro a tinte fosche

Che ne sarà dunque di GoPro? Allo stato attuale, la società di San Mateo resta ancora il produttore per eccellenza, anzi per antonomasia, di action cam. Ma per quanto ancora? Le alternative sul mercato non mancano, e sono quasi sempre a prezzi più competitivi.

Se oggi una GoPro 4k costa in media 400 euro, online si trovano prodotti di pari risoluzione a un costo medio di una cinquantina di euro. Certo, la fama e la qualità dei particolari (sia hardware che software) in molti casi non sono paragonabili, ma per molti utenti c’è tutto quello che serve per fare foto e video un po’ estremi. Non è un caso che la società americana abbia deciso di tagliare il cartellino del suo modelllo di punta - la Hero 6 - di quasi il 25%, dai 569 euro del lancio agli attuali 429 euro.

Ma gli sconti, è la storia che lo insegna, sono un incentivo, non una soluzione. GoPro ha bisogno di puntare lo sguardo sul medio e lungo termine, rinnovando i suoi programmi di sviluppo, anche a costo di allontanarsi dall'attuale core business. Il rischio, altrimenti, è diventare l’ennesimo marchio occidentale di successo fagocitato dall'avanzata orientale.

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