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Abbiamo assaggiato l'hamburger impossibile: sembra carne, è fatto di piante

Finanziato anche da Bill Gates, vuole essere un'alternativa credibile alle polpette tradizionali. Ecco quanto costa, dove trovarlo, che sapore ha

Impossible-Burger-apertura

Marco Morello

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da Los Angeles

Non sono uno chef stellato, né un critico snob prestato a un reality di cucina, ma i titoli per giudicare li ho guadagnati sul campo. O meglio a tavola, in 40 viaggi di lavoro negli Stati Uniti, durante i quali ho mangiato con soddisfazione almeno 150 hamburger: tappati nel panino con accostamenti banalissimi o accompagnati da ingredienti per gourmet, conditi appena o sgocciolanti d’unto all’inverosimile; stavolta, in questo fast food nel centro di Los Angeles, sto per addentare l’impossibile. Di nome e di fatto, giacché l’«Impossible burger», servito in un’unica cottura, ha aspetto e profumo di una polpetta tradizionale, ma è composto al 100 per cento da piante.

 

Bontà verde

Finanziato con quasi mezzo miliardo di dollari da Bill Gates e un’altra fitta schiera di paperoni, appena finito sulla copertina della rivista New Scientist e raccontato da decine di articoli su Time, The Economist, The New York Times e i principali giornali del globo, coltiva la medesima ossessione dei vegetariani: convincere i carnivori che un’alternativa altrettanto saporita, ma rispettosa dell’ambiente e della vita dei bovini, non arriverà chissà quando. È già qui, sfrigolante e a portata d’assaggio.

Una truffa per i sensi?

Per capire se è davvero una totale truffa per i sensi (in senso positivo), non rimane che morderlo. La consistenza è quella che ci si aspetterebbe, il gusto intenso e affumicato, forse meno succoso dei classici hamburger statunitensi perché un filo troppo abbrustolito. Prova superata dunque, anche scremando le cipolle caramellate, il formaggio, la mostarda, la lattuga, il pomodoro, i cetriolini e tutto il corollario che pare messo apposta per confondere le papille. Da sola, la polpetta sa deliziare. E, a sorpresa, rilascia un brodino rosso che ricorda il sangue: merito del suo componente chiave, l’eme, che serve a dargli il sapore tipico della carne. L’eme dell’«Impossible» viene da soia fermenta in laboratorio, a livello molecolare è identico a quello presente nei muscoli degli animali.

Impossible-Burger-ingredienti

Gli ingredienti di un «Impossible burger»: soia (da cui si ottiene anche l'eme); noce di cocco; grano; patate.

Zero colesterolo, e non solo

«È altrettanto ricco di ferro e ha ancora più proteine del manzo, contiene la stessa quantità di grassi e calorie, ma senza traccia di ormoni, antibiotici, tossine, agenti contaminanti del macello, residui fecali o colesterolo» elenca a Panorama Nick Halla, vicepresidente di Impossible Foods, l’azienda fondata nel 2011 da Patrick Brown, professore di biochimica all’università di Stanford, preoccupato del fatto che oltre un terzo della superficie terrestre sia destinata al bestiame e al foraggio per nutrirlo. «Riducendo l’impiego degli animali per il nostro cibo» ragiona Halla «si libera suolo, si limita il riscaldamento globale, si contribuisce alla salute di persone e ambiente». Mangiare un singolo hamburger di nuova generazione al posto di uno tradizionale vuol dire risparmiare l’equivalente d’acqua di una doccia di dieci minuti o le emissioni di un percorso in automobile di quasi 30 chilometri. Su larga scala, la differenza potenziale è notevole.

Dove trovarlo e quanto costa

Negli Stati Uniti il prodotto è disponibile in 2 mila ristoranti, mentre è appena sbarcato a Hong Kong: «Per ora» dice Halla «vogliamo concentrarci sull’espansione in Asia e non abbiamo tempi certi sull’Europa. Ma l’obiettivo di lungo periodo è arrivare dappertutto». Capitolo costi: il piatto provato da Panorama veniva 16 dollari; era il più caro sul menu, ma giusto di un paio di dollari. «Con l’aumentare della produzione» assicura il vicepresidente «il prezzo diminuirà in modo significativo».

Digestione rapida

Intanto, i clienti lo promuovono: «I commenti sono per la maggior parte positivi, per molti ordinarlo è ormai un’abitudine. E vedo che anche a lei è piaciuto» ammicca il cameriere mentre si porta via il nostro piatto vuoto. Sarà merito, per quanto possa valere un’impressione soggettiva, della minore sensazione di pesantezza che si avverte dopo l’ultimo boccone: rispetto ai panini extra large americani abilissimi a piantarsi sullo stomaco, l’«Impossible burger» è molto possibile da digerire.

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