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Watson, il cervellone di IBM è pronto a dialogare con noi

Il supercomputer sviluppato da Big Blue è ora una piattaforma cloud in grado di ospitare applicazioni che comprendono il linguaggio umano. Ecco i vantaggi che potrebbero scaturirne in campo medico, legale, commerciale e in tutti quegli ambiti dove si richiede la gestione - e soprattutto l’interpretazione - di enormi quantità di dati

– Credits: Jon Simon/Feature Photo Service

Tre anni fa, qualcuno probabilmente se lo ricorderà, un cervellone elettronico di nome Watson si “accomodò” sul set del quiz più popolare d’America, Jeopardy!, dimostrando di poter tranquillamente competere con il genere umano anche sul piano del ragionamento. Quel supercomputer, creato nei laboratori di IBM, stracciò di fatto i due campionissimi del gioco in quella che passerà alla storia come la prima vera sfida uomo-macchina basata sulla semplice comprensione del linguaggio naturale.

Lì per lì sembrava un esercizio di stile creato ad arte per mostrare in modo un po’ sfacciato i progressi delle nuove tecnologie. E forse per sancire una volta per tutte la superiorità dell’intelligenza artificiale sul cervello umano. Ma non era così. IBM stava in realtà togliendo il coperchio al pentolone nel quale ribollivano alcuni dei suoi progetti più visionari; stava annunciando, in altre parole, l’inizio dell’era del cognitive computing, una nuova età dell'informatica fatta di macchine capaci non solo di fare calcoli ma anche di ascoltarci, ragionare e guidarci nella risoluzione dei problemi. Qualcosa di più di un computer, e anche di un sistema di riconoscimento vocale come Siri di Apple; piuttosto un sistema composto da algoritmi sofisticatissimi pensati per lavorare come il cervello umano, ma con in più la capacità di immagazzinare e analizzare un’immensa mole di dati.

A DOMANDA RISPONDE
A distanza di tre anni possiamo dirlo. IBM ha abbandonato il settore dei PC (e ora anche quello dei server), per dedicarsi a un’attività decisamente più colta e raffinata: la costruzione di una piattaforma che cambierà il nostro rapporto con la tecnologia, dandoci la possibilità di trasformare i Big Data in qualcosa di più pratico, essenziale, utile. Il bello è che non ci sarà nemmeno bisogno di avere un supercomputer come Watson in casa o in ufficio. Grazie ai miracoli del cloud e del cosiddetto software as a service sarà un server remoto dislocato in qualche parte del mondo a fornirci la potenza computazionale necessaria per elaborare le nostre richieste. Tutto quello che ci servirà, insomma, sarà un dispositivo connesso a Internet e una domanda da porgere a Watson.

NESSUNA CERTEZZA MA UN VENTAGLIO DI IPOTESI
Il grande passo compiuto da IBM rispetto ai tempi di Jeopardy! è stato infatti quello di trasformare Watson da un “semplice” (si fa per dire) supercomputer a un sistema esteso, chiamatelo pure ecosistema, in grado di favorire la nascita di applicazioni mirate, soprattutto in ambito business. Significa che Watson è oggi pronto a rispondere, nel vero senso della parola, alle richieste provenienti da vari settori di mercato. Nei prossimi mesi - quando cioè inizieranno a fiorire le prime applicazioni sul campo - ne sapremo sicuramente di più; per il momento si può comunque dire che Watson sembra dare il meglio di sé in tutti quegli ambiti nei quali c’è bisogno di digerire grandissime quantità di dati. Ad esempio nella sanità.

"I medici", spiega Mike Rhodin, Senior Vice President (SVP), IBM Watson Group, "hanno compreso prima di tutti quali sono le opportunità delle tecnologie cognitive. Sia per il fatto di poter gestire enormi quantità di dati che altrimenti richiederebbero molte giornate uomo, sia per il modello di interazione proposto. Watson non lavora infatti per offrire un’unica risposta a un quesito, ma una serie di ipotesi, ciascuna con il suo livello di fiducia". Insomma, anziché mettere sul piatto una prescrizione sul farmaco da utilizzare, cosa che nessun medico accetterebbe mai, specie da una macchina, Watson si limita a suggerire le possibilità che rispondono meglio in termini probabilistici alla specifica richiesta, in modo da offrire un quadro ad ampio spettro sul trattamento da effettuare.

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DALLA LEGGE ALL'ECOMMERCE: WATSON SI APRE ALLE APPLICAZIONI
Il discorso, naturalmente, può essere esteso in tutti quegli ambiti pieni zeppi di normativa e informativa, si pensi ad esempio al mondo legale, alle assicurazioni o alla finanza, ma anche in quei settori nei quali la presenza umana si è quasi totalmente estinta dopo l’avvento di Internet. "Watson - continua Rhodin - può diventare per un sito di ecommerce quello che è oggi il personal shopper per un negozio fisico: un intermediario che conosce i clienti e che può rispondere alle loro domande per offrire una migliore esperienza d’acquisto. Ma all’occorrenza può essere anche un agente turistico in un sito di viaggi o l'addetto di un call center. Lo spettro delle applicazioni è potenzialmente infinito, siamo solo all’inizio. Non dimentichiamoci che l’era appena trascorsa, quella dei sistemi programmabili, in fin dei conti è durata più di 50 anni: anche gli smartphone che oggi ci sembrano così evoluti lavorano in realtà con le stesse architetture dei mainframe di tanti anni fa".

SOSTITUIRE L'UOMO? NO, ASSISTERLO
Dinnanzi agli scenari pennellati da IBM qualcuno potrebbe anche spaventarsi, preconizzando un futuro pieno zeppo di cervelloni capaci di rimpiazzare il lavoro umano. Il responsabile di IBM, però, si sente di tranquillizzare gli animi: "Questo non è un nuovo fronte della robotica, vogliamo creare tecnologie che sappiano assistere il cervello umano nella gestione di un patrimonio di informazioni che ormai va oltre i nostri limiti. Gli utenti e i dati sono un po’ come il violinista e il violino: separatamente servono a poco, ma quando si uniscono può nascere qualcosa di meraviglioso".

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