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The Last Guardian su PS4: la recensione

Dopo dieci anni Fumito Ueda pubblica la storia di una vita. Il pubblico è diviso: capolavoro o no? Panorama lo ha provato in anteprima

Cosa sia rimasto della sua idea originale non lo sapremo mai. The Last Guardian, videogame in esclusiva per PlayStation 4, sviluppato da SCEI e distribuito da Sony, sarebbe stato un capolavoro, forse “il” capolavoro, se fosse uscito cinque o sei anni fa. Resta probabilmente il gioco dell’anno ma la sensazione è che alcuni passaggi, intermezzi e modalità d’azione, siamo rimasti dov’erano, quando sono stati pensati intorno al 2006.

Per fortuna, la storia tra il giovane protagonista e il trifone Trico è senza tempo, guarda nel profondo del nostro cuore ed è un po’ la metafora dell’esistenza di chiunque si ritrovi, in un certo momento della propria vita, all’interno di un castello in rovina, dal quale sembra impossibile uscire e dove gli inganni e i pericoli sono dietro l’angolo. Ecco, vissuta in questo modo, come un ritorno al passato, la lunga dicotomia tra scaltro e potente non è poi così male, anzi, racchiude The Last Guardian all’interno di quel circuito esclusivo del quale possono entrare a far parte solo opere immense, fissate nella memoria, da rigiocare quando se ne sarà perso il ricordo.

La trama

Lo scopo è questo: scappare dal luogo in cui ci troviamo, senza frenesie ma con molta intelligenza. Il ragazzino che guida la fuga dalla roccaforte si risveglia, senza sapere come e quando, all’interno della stessa, con una serie di scritte sul corpo apparentemente senza senso. Al suo fianco c’è l’enorme grifone, ferito da lance lungo tutto il corpo e che, a ragione, avrà ben più di una rimostranza prima di fare amicizia con quello che sarà il suo compagno di avventure. L’aspetto interessante è l’aiuto reciproco che intercorrerà tra i due durante la storia. Ci saranno i momenti più “fisici” in cui Trico dovrà supportare il bambino e rompicapo in cui solo le piccole mani e movimenti agili di quest’ultimo potranno risolvere. Si tratta di un giocoforza bilanciato, in cui gli avventurieri capiranno di dover fare affidamento sulle capacità peculiari di ognuno per superare gli ostacoli e sconfiggere i nemici, che si scoprirà possono succhiare l’energia dai tatuaggi che il piccolo si è ritrovato impressi addosso.

Cosa va

Lo stato di ansia che pervade tutta la trama è reale. Dover risalire, fuggire, scappare da una prigione immensa e misteriosa come quella della roccaforte non è semplice e ci mette tutti dinanzi ai labirinti di cui è pervasa la nostra esistenza. Ogni volta che pensiamo di avercela fatta (anche dopo una sola ora di gameplay), in realtà ci ritroviamo immersi dentro una nuova conca da cui sarà difficile uscire, se non ingegnando qualche stratagemma in concerto con Trico. Tutto è una rincorsa all’irraggiungibile, all’insperato, alla libertà. Non è fuga per la vittoria ma la conquista di una vetta da cui poter vedere il mondo che ci circonda, per decidere se restare dentro o scoprire tutto il resto.

 

Cosa non va

Come anticipato, alcune meccaniche di gioco risultano un po’ obsolete. Pensiamo alla gestione della telecamera, alle angolazioni ma anche ad alcune dinamiche che sanno un po’ troppo di platform, quasi senza scopo. Colpa degli anni passati in studio? Forse si perché è evidente che cambiare registro dopo un lavoro del genere non sarebbe stato semplice.

Conclusioni

Gli appassionati sanno che il mondo di Fumito Ueda, già autore di ICO e Shadow of the Colossus, non è per tutti. Troverete critici di The Last Guardian ovunque; un pubblico diviso, così come lo sarebbe dinanzi alla Gioconda o alla Pietà di Michelangelo. Le ambientazioni nippo-indu-gotiche del titolo possono piacere o meno, ma in ogni caso non vorrebbe dire non saperle apprezzare. Come una folla che fissa un’opera su tela ha sensazioni e pensieri discordanti, così sarà l’animo di coloro che si piazzeranno davanti a questo gioco, con il consiglio di farlo senza troppe remore ma nemmeno rivoluzionarie aspettative. Alla fine è questione di gusti, tendenze e stili. Un po’ come preferire una birra fresca a una grappa decennale invecchiata in cantina.

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