Per capire i motivi del successo di Pokemon Go bisogna innanzitutto fare un passo indietro. E risalire alle origine del gioco nella sua formulazione orginaria.

A conti fatti sono ormai vent'anni che il mondo è alle prese con questa schiera di mostriciattoli tascabili (Pokemon, per chi ancora non lo sapesse, è una crasi fra le parole "pocket" e "monster"). La prima apparizione di Pikachu e compagni in un videogioco risale infatti al febbraio del 1996, sul Game Boy. A quei tempi, probabilmente, nemmeno Satoshi Tajiri, il papà dei Pokemon, avrebbe mai immaginato di rivedere le sue creature, a vent’anni di distanza, all'interno di un’applicazione per telefoni cellulari capace di schiantare tutti i record.

I dati parlano chiaro. Negli Stati Uniti, l’unico paese - con Australia, Nuova Zelanda e Giappone - nel quale è stato finora distribuito (da noi arrivarà il 15 luglio), il titolo è arrivato al numero uno della classifica delle app più scaricate per iPhone dopo sole 13 ore dal lancio. Ma non solo. Ha già scavalcato Tinder e Twitter per numero di download e ha persino superato il porno per numero di ricerche su Google.

Una freccia al cuore dei trentenni
La domanda sorge spontanea: cos’è cambiato in questi vent’anni per giustificare un ritorno di fiamma così esplosivo? I giovani giocatori di allora sono diventati trentenni, si dirà. Adulti, quindi, ma non abbastanza per smettere di giocare.

Chiamatela sindrome di Peter Pan o una semplice reazione alle prime responsabilità della vita (il lavoro, la famiglia, le tasse da pagare), sta di fatto che a 30 anni chiunque manifesta una sorta di ipersensibiliità verso gli eroi della propria infanzia/adolescenza. In questo senso, il tempismo di Nintendo e di chi ha concepito Pokemon Go (gli americani di Niantic) è stato perfetto. Scagliare una freccia al cuore di tutti coloro che sono nati a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta e che oggi farebbero di tutto pur di (provare) a tornare bambini è la prima mossa vincente.

La realtà aumentata divernta mainstream
Ma, chiariamolo subito, questa non è l’ennesima operazione nostalgia un po’ furbetta. Un maquillage o una semplice riedizione di un gioco che ha appassionato una generazione non produrrebbero i numeri che abbiamo visto poc’anzi. No, c’è dell’altro. Ad esempio la scelta di sfruttare la realtà aumentata come ambientazione del gioco.

Non è una novità in senso assoluto, intendiamoci, già in passato c’è chi ha provato a cimentarsi in applicazioni capaci di mischiare il virtuale con il reale, la stessa Niantic aveva sviluppato un gioco (Ingress) basato sulla ricerca di obiettivi geolocalizzati. Mai, però, prima di Pokemon Go, si era visto questo modello di interazione utilizzato in un modo così intuitivo, semplice, leggero.

I Pokemon sono nelle nostre città, fra le strade che percorriamo abitualmente, nelle piazze, nei parchi, davanti alle chiese.

Chi ha già avuto la possibilità di giocarci se n’è reso subito conto: i Pokemon sono ora nelle nostre città, fra le strade che percorriamo abitualmente, nelle piazze, nei parchi, davanti alle chiese. Per vederli basta puntare la fotocamera dello smartphone nel mondo reale come fosse una lente di ingrandimento un po' particolare.

"Immagina Pokemon nel mondo reale", è non a caso lo slogan scelto da Nintendo per pubblicizzare il gioco, un modo per sottolineare la trasposizione dei celebri mostriciattoli Made in Japan in una nuova dimensione finalmente terrena. Ma anche fuori dal tempo.

Si gioca ovunque, e in qualsiasi momento
Già perché qui si va oltre il concetto di videogioco con un inizio e una fine, l’idea della "partitina" da giocare sul divano o davanti alla fermata dell’autobus è superata. Pokemon Go si gioca ovunque e in qualsiasi momento. I più impallinati possono persino dotarsi di un braccialetto Bluetooth per essere costantemente avvisati della presenza di mostri da impallinare.

Pokemon Go non è solo un nuovo gioco, ma un modo diverso di vivere il gioco

È qui che sta probabilmente il segreto del successo di quest’applicazione, ciò che sta consentendo alla premiata ditta Niantic-Nintendo di fare breccia non solo fra i trentenni nostalgici ma su una platea molto più vasta, che comprende appassionati di nuove tecnologie, giovani, meno giovani, uomini, donne, bambini o semplici curiosi.

Pokemon Go non è solo un nuovo gioco, ma un modo diverso di vivere il gioco, è il tentativo (per il momento riuscitissimo) di creare un nuovo legame – decisamente più profondo – fra il videogamer e i suoi eroi.

Sembra quasi di vivere nella New York immaginata da Chris Columbus nel film Pixels, una città popolata da Space Invaders, Pac-Man e altre creature trasmigrate dai videogiochi dei tempi che furono. La differenza è che qui l’umanità non è a rischio, l’unico vero pericolo è semmai quello di perdere di vista la realtà (quella non aumentata). Di camminare per strada con gli occhi sempre puntati verso lo smartphone, salvo poi tornare alla (dura) realtà inciampando sul marciapiade o andando a sbattere contro un palo.

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