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“Non catturate Pokémon qui”: l’app virtuale e i confini reali

Il gioco di Niantic spinge le persone a dirigersi un po’ ovunque, anche oltre i confini e in luoghi inappropriati. Ecco allora i primi divieti

Zombie, fanatici, invasati. Chi negli ultimi giorni ha speso un po’ di tempo cercando Pokémon in giro per la città o nei luoghi di villeggiatura è stato etichettato in qualsiasi modo. Vada per i più piccoli, che con gli animaletti giapponesi ci sono cresciuti, ma tutti gli altri no, non si può cedere a un passatempo così sciocco e inutile ad una certa età. Meglio il classico cruciverba da ombrellone.

O forse no. Recenti studi hanno evidenziato come il giochino possa rivelarsi un ottimo strumento per alzare il morale e spingersi a uscire di casa, oppure come sprono per i pazienti in alcuni ospedali. Insomma come spesso accade, la tecnologia ha i suoi pregi e difetti, anche se a causa dell’elevato potenziale della “gamification” che deriva dalle attività di cattura dei Pokémon, è semplice andare oltre, valicare i confini e appropriarsi di territori che non ci appartengono.

E così aumentano le misure restrittive per chi è solito vagare con uno smartphone tra le mani, alla ricerca dei mostriciattoli. Il primo, è più tristemente famoso, è quello che riguarda il Museo di Auschwitz in Polonia, seguito da quello dell’Olocausto di Washington, dove la presenza dei giocatori è quanto mai inappropriata. Lo stesso dicasi per il Santuario di Izumo in Giappone, al cui ingresso è comparso un avviso per vietare la caccia ai Pokémon ma anche l’uso di droni.

Il problema è che, immersi nel mondo del virtuale, ci si dimentica spesso dei limiti fisici che ci circondano. Il 23 luglio due ragazzi canadesi hanno attraversato “inavvertitamente” il confine tra il Canada e gli Stati Uniti, camminando da Alberta al Montana, con gli sguardi fissi sugli schermi dei telefonini. E ancora, le basi militari USA hanno invitato caldamente il loro personale a non giocare durante il lavoro, sebbene sia curioso notare come, di default, l’app abbia assegnato palestre e Pokéstop in posti emblematici, come la Casa Bianca e il Pentagono.

 

In Indonesia, Romain Pierre, 27enne francese, è stato arrestato per essersi introdotto in un’area vietata, gestita dalla polizia del paese. Il suo obiettivo? Solo raggiungere un altro Pokéstop. Esempi del genere non mancano in tutto il mondo: in Israele l’agenzia di difesa nazionale ha spiegato che l’uso di Pokémon Go potrebbe rappresentare un problema di sicurezza, nel caso della registrazione e localizzazione di aree segrete e sensibili.

Ecco allora la domanda: perché Niantic si è spinta così oltre, creando punti interesse dove non avrebbe dovuto e accettando richieste dagli utenti senza un preciso controllo? Visti i recenti problemi, lo sviluppatore ha bloccato le domande per nuovi Pokéstop, lasciando attiva solo la sezione per richiederne la cancellazione o modifica; un passo forse tardivo ma concreto. Sul web, Kevin Pomfret, studioso di tecnologia geospaziale, ha spiegato che non dovrebbe essere difficile limare le problematiche del gioco: “Basta considerare che le restrizioni fisiche devono essere applicate anche a quelle nella realtà aumentata. Quasi tutti gli interrogativi oggi si basano su questioni del genere, basate sulla violazione di alcuni luoghi”.

È chiaro che il gioco tende a liberare le persone dai loro confini fisici e mentali, portandole a esprimersi attraverso un avatar. Un contesto del genere, sicuramente accattivante, non può tuttavia prescindere dal rispetto di barriere che, per ovvie ragioni, ancora esistono. Visto il panorama, all’estero sembrano già pronti a considerare delle “Augmented Reality Free Zone”, ambienti in cui è severamente vietato introdursi con app di realtà aumentata, Pokémon Go inclusa. Non è detto che una situazione del genere non possa verificarsi anche in Italia, dove il gioco è bannato durante la guida (come del resto l’utilizzo in toto del cellulare) e in certe location private. Resterà da capire invece quanto ristoranti, bar e altre attività pubbliche vogliano capitalizzare la presenza di Pikachu e Co. nelle loro stanze, per attirare sempre più consumatori. 

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